LA
RELAZIONE
Relatore
della serata è l’architetto Tagliasacchi affiancato da due giovani
architetti, signorine Federica Martini e Gabriella Kirn, che hanno preparato
una tesi di laurea sulla rivalorizzazione del complesso ” La Mandria di
Chivasso".
L’architetto
Tagliasacchi, nato a Torino nel 1953, si è laureato in architettura
con la tesi ” I colori di Torino “. La sua attività professionale
è volta alla valorizzazione del colore e alle ristrutturazioni edilizie.
E’ uno studioso appassionato delle residenze Sabaude, in particolare della
Mandria di Chivasso.
Il
complesso de ” La Mandria “ di Chivasso, voluto dal re Carlo Emanuele III
di Savoia, fu progettato dal ”misuratore generale” Giuseppe Giacinto Bays
e costruito in soli tre anni. I Savoia disponevano già della Mandria
di Venaria, accorpata alla reggia, ma il tenimento di Chivasso aveva lo
scopo di incrementare e razionalizzare l’allevamento dei cavalli, in particolare
delle cavalle e delle puledre destinate alla riproduzione per coprire i
fabbisogni della corte e di parte dell’esercito.
Nel
decennio che va dal 1760 al 1770 la Mandria fu costituita non solo dal
punto di vista architettonico in senso stretto, ma anche da quello territoriale,
legale, sociale e religioso. Furono acquistati 767 ettari nella zona tra
Chivasso, Mazzè, Rondissone e Verolengo e la struttura progettata
dal Bays rispettava criteri pienamente funzionali: tutti i fabbricati furono
infatti disposti attorno ad un vasto cortile e al centro fu collocato un
grande abbeveratoio circolare per gli animali, che andò distrutto.
Secondo il progetto del Bays, trovarono una razionale collocazione le varie
tipologie di edifici, realizzati rigorosamente in mattoni a vista e carpenteria.
Le cascine che circondavano il fabbricato centrale vennero raccordate ad
esso con un’ ordinata rete di strade. Su due lati del grande cortile furono
innalzate costruzioni a più piani destinate ad ospitare le dimore
dei lavoratori e gli uffici dei dirigenti. Furono inoltre predisposti i
fienili, chiusi con grandi grate in legno per essere sempre arieggiati.
Sorsero poi i depositi per gli attrezzi agricoli e, naturalmente le stalle
degli equini collocate sotto ordinate sequenze di archi.
Terminato
il cantiere, Carlo Emanuele III, il 14 ottobre 1767, inoltrò al
vescovo di Ivrea la richiesta di istituire una parrocchia dedicata a Sant’Eligio,
patrono degli orefici, ma anche dei maniscalchi. Gli avvenimenti storici
e le alterne situazioni economiche mutarono più volte l’utilizzo
e la stessa fisionomia del complesso della Mandria. Nel 1855 fu messa all’asta
e acquistata dal Conte Apollinare Rocca Saporiti. Alla vigilia della prima
guerra mondiale, il vasto territorio dell’ antico “tenimento Regio” ospitò
un campo di aviazione e di riparazione di aerei. Infine, nel dicembre 1919
la tenuta della Mandria fu lottizzata e acquistata soprattutto da agricoltori
e la maggioranza dei proprietari odierni è erede degli acquirenti
di allora.
Il
complesso pur presentando i segni di un parziale degrado architettonico
e ambientale, conserva gli evidenti segni della razionalità settecentesca
che lo ispiravano. È urgentissimo intervenire perché se crollano
le coperture si verificheranno danni ingenti agli interni che conservano
opere pregevoli come camini di marmi e soffitti a cassettoni.
Si
dovrebbe procedere dapprima alla sistemazione degli edifici non privati,
cercando di ricostruire o ristrutturare, rispettando il progetto iniziale.
Le
proposte esposte nella tesi dei due architetti, signorine Federica Martini
e Gabriella Kirn, ci fanno capire che è possibile intervenire ipotizzando
soluzioni concrete che consentano un minimo di reddito per apportare ulteriori
migliorie.
L’ipotesi
di uso coerente col fabbricato è la costituzione di un centro agrituristico
collegato all’allevamento e all’utilizzo del cavallo.
Il
recupero di un quarto degli edifici da restaurare richiede un impegno di
14/20 miliardi. Recentemente la regione Piemonte ha studiato un progetto
per inserire la residenza Sabauda in un unico circuito ideale fatto di
strade, paesaggi, elementi storici in cui i verrà inserita anche
la Mandria di Chivasso.
Il
presidente EIlena ringrazia i relatori e si augura che il Rotary possa
concretizzare un’ opera di sensibilizzazione con due precisi obiettivi:
far apprezzare e conoscere la Mandria e fornire un contributo socio-culturale
per la sua rivalorizzazione.

L'ANGOLO
DEI SOCI
Qualche
considerazione sulla alluvione del 14-16 ottobre 2000 (di G. Gardenghi)
L’evento
alluvionale che ha pesantemente colpito la nostra regione e la Valle d’Aosta
si è verificato a pochi anni dalle piene del periodo 1993-1994 determinando
effetti meno gravosi soltanto, e per fortuna, in termini di perdite di
vite umane.
E’
avvilente, soprattutto per chi scrive, constatare come ormai da decenni,
ad ogni evento meteorico con caratteri, ma non sempre, di eccezionalità
per intensità e durata, lo scenario sia sempre il medesimo: frane,
inondazioni, colate torrentizie che provocano vittime, distruzione e dolore.
Esaurita
la fase del soccorso alle popolazioni colpite, che si muove di pari passo
con il rimpallo delle responsabilità, seguono gli interventi di
emergenza e di sistemazione ed inizia la lenta, costosa faticosa e non
di rado incompleta ricostruzione.
Matura
poi la convinzione, del tutto errata, di aver eliminato ogni rischio futuro
attraverso la costruzione di opere di difesa lungo i corsi d’acqua (argini,
scogliere, ecc.), opere che spesso, e l’evento dei giorni scorsi ne è
la drammatica prova, hanno un significato esclusivamente puntuale ed arrecano
effetti pregiudizievoli sul delicato e complesso equilibrio del reticolato
idrografico naturale.
Accade
infine che, raggiunta la normalizzazione, viene del tutto rimossa la memoria
storica di ciò che è accaduto e tutto ricomincia come prima,
ovvero si riprende ad edificare, in nome di interessi che troppo spesso
sono di tipo speculativo, sulle aree di naturale espansione dei corsi d’acqua
o
sui versanti sottoposti a fenomeni di tipo gravitativo.
Finché
un nuovo evento rinfresca la memoria riproponendo con violenza e drammaticità
lo stesso scenario.
E’
vero che stiamo assistendo ad una vera e propria “tropicalizzazione” del
regime climatico delle nostre latitudini (segnale di mutazioni climatiche
in corso) che si esprime con l’alternanza di lunghi periodi siccitosi a
precipitazioni di eccezionale intensità concentrate in brevi periodi.
Ma
è altrettanto vero che si continua a perseverare negli errori del
passato che si traducono, in buona sostanza, in una dissennata restrizione
e canalizzazione degli alvei dei corsi d’acqua tale da far si che gli afflussi
meteorici, spesso anche non di eccezionale entità, non siano più
contenuti e smaltiti.
Insomma,
si investa finalmente nella prevenzione ovvero nella rilocalizzazione dei
manufatti ad alto rischio, nella manutenzione del reticolato idrografico,
nei sistemi di monitoraggio e allertamento, nella cultura della protezione
civile e del rispetto del territorio, e non in opere di difesa prive di
coordinamento, di scarsa o dubbia utilità quando non manifestamente
dannose.
Infine
una notazione circa l’informazione, ovvero il modo di comunicare nell’emergenza
sia nei confronti della popolazione che all’interno del sistema di protezione
civile.
Chi
scrive, ma non solo, ha potuto verificare come la concitazione, l’esaltazione,
la diffusione di dati non corretti abbiano trasformato il fenomeno naturale
in corso addirittura in “evento” al quale si doveva assolutamente presenziare.
Così
come ha potuto constatare il susseguirsi di istruzioni e ordini spesso
contraddittori all’interno della catena di comando del sistema di protezione
civile, almeno per quanto riguarda il livello comunale.
Forse
non sarebbe male ripensare ad una diversa strutturazione, di tipo piramidale
dove una sola persona si assume le responsabilità decisionali con
relativi onori ed oneri.
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