Bollettino N° 1649
Cren N° 79

  HOMEPAGE BOLLETTINI
 

Riunione del : 
Sede :
Presiede :
Tema : 
Relatori :
11/10/01
Ore 20:00 - Circolo dei Soci Unione Industriale Via Fanti - Torino
Gennaro Vivarelli
“Il Progetto Corona Verde - Una rete ecologica da Moncalieri a Chivasso”
Prof Nemesio Ala Presidente Ente Gestione Parco Fluviale del Po Torinese
Doti. Ippolito Ostellino Direttore Ente Gestione Parco fluviale del Po Torinese
 
PROSSIME RIUNIONI

OTTOBRE - Mese dell'Azione Professsionale

18/10/01
“I Giochi del 2006. Programmi e grandi opere"
Ore 20:00 Villa Sassi - Torino
Interclub 
Prof. Valentino Castellani
25/10/01
“L’inquinamento Elettromagnetico”
Ore 20:00 - Ristorante “Dei Cacciatori” - Rolandini 
Luigi Canavese
03/11/01
“Commemorazione dei Defunti"
Ore 10:00 - Duomo di Chivasso
Seguirà aperitivo alla Chiesa degli Angeli
 
08/11/01
Riunione riservata ai soci del Club
Ore 20:00 - Chiesa degli Angeli - Chivasso
Con buffet.
      
15/11/01
NON CI SARA' RIUNIONE          
22/11/01
Assemblea del Club - Elezione del Consiglio Direttivo 2003-2004
Ore 20:00 - Ristorante dei Cacciatori - Rolandini di Verolengo.
      

 

LA RELAZIONE
 
 

Il Progetto Corona Verde
Una rete ecologica da Moncalieri a Chivasso.

Prof. Nemesio Ala
Presidente Ente Gestione Parco Fluviale del Po Torinese
Dott. Ippolito Ostellino
Direttore Ente Gestione Parco Fluviale del Po Torinese

Il parco è stato una scelta, caratterizzata da una forte volontà politica tesa a realizzare un unico sistema di protezione lungo il Po, che parte dal Monviso ed arriva fino al confine con la Lombardia. Il progetto sembrava un azzardo in quanto, gran parte del territorio che adesso si chiama “territorio protetto”, in realtà comprendeva ed ancora racchiude discariche, rottamatori, orti abusivi, aziende inserite nella direttiva Seveso altamente inquinanti. Il Parco è una striscia molto sottile che corre a destra e a sinistra del Po, del Sangone, di parte della Dora Baltea e della Stura. Una striscia sottile è quella denominata “fascia di pertinenza fluviale”, fascia nella quale sostanzialmente agisce il fiume. E’ una realtà che si muove in un contesto anche profondamente urbano in cui ci si accorge che gli insediamenti sono una pressione antropica complessa rispetto alla quale questa stretta fascia a stento si difende.
Il progetto di salvaguardia presentava pertanto dei limiti oggettivi, delineati dalla legge 394: i piani di sviluppo socio-economici e le aree contigue, individuando in queste zone le fasce di cuscinetto che si trovano ai bordi del territorio protetto e che sono fasce sulle quali si può creare quel “respiro“ necessario per sviluppare ampi progetti nella logica nella quale proprio Corona Verde si è mossa, proponendo ad un intero territorio, quello metropolitano torinese, una filosofia di approccio nata nei parchi.
La Regione Piemonte ha sviluppato nell’area metropolitana torinese un’altra serie di aree protette: La Mandria, il Parco della collina di Superga, il Bosco del Vaj, la Vauda, i Laghi di Avigliana, il Parco della Palazzina di Caccia di Stupinigi. L’insieme di queste aree protette regionali costruiscono, se messe tutte insieme, un abbozzo di sistema, all’interno del quale si ritrova anche la politica del Comune di Torino, concretizzatasi nel progetto “Torino città d’acque”, con lo scopo di creare un sistema di parchi lungo tutte le linee fluviali di Torino.
Quello che il Parco del Po ha proposto, alla Regione principalmente, è passare da un sistema di aree protette, singolarmente prese, per abbozzare una politica di tutela ambientale sostanzialmente più vasta (anche se i confini di Corona Verde non sono così ben definiti) consci delle difficoltà con cui le singole autorità comunali possono intervenire nel merito di politiche territoriali di tutela ambientale: i confini amministrativi sono tali da rendere difficile le politiche di collaborazione. D’altro canto con la legge 142 si stabilisce che non si può più agire in modo frastagliato ma solo se compresi all’interno di un adeguato contesto.
Il problema iniziale è stato rappresentato dall’esigenza di lavorare per un progetto più ampio: creare tutela di elementi fondamentali quali i corridoi fluviali, aree di grandissimo degrado che, dopo gli ultimi eventi alluvionali, diventano talmente evidenti come situazioni di asfissia del fiume. In questo progetto trova posto l’attività agricola dell’area metropolitana torinese: una sopravvivenza di importanza strategica fondamentale, sia dal punto di vista dell’attività economica imprenditoriale ma anche dal punto di vista della libertà del territorio, frammentato dalle infrastrutture.
Attorno a questo sistema di aree ci sono poi luoghi eccellenti sotto il profilo storico culturale ed architettonico (le Residenze Sabaude) e questa è la parte più vecchia della proposta,  preesistente a quella del Progetto Corona Verde, e rispetto alla quale crediamo Corona Verde contribuisca in modo sostanziale, fornendo un vero e completo contesto territoriale ad un progetto in particolare di carattere architettonico. Oltre a questi punti notevoli si incontrano una rete di percorsi agricoli, cascine, centri storici e realtà molto meno segnalate come la Certosa di Collegno. Su quest’area si muovono inoltre molti progetti, ma la capacità di avere un indirizzo unico, dove far rientrare anche progetti delle amministrazioni locali finalizzati al raggiungimento di determinati obiettivi di qualità e di sistema, può portare alla possibilità di creare un’accettabile caratteristica di condizioni di vivibilità.
Dopo questa introduzione del Prof. Ala, prende la parola il Dott. Ostellino che espone il progetto in modo più tecnico e particolareggiato, tracciando l’evoluzione dei presupposti metodologici che stanno alla base del Progetto Corona Verde, fornendo anche alcune informazioni di base relative allo studio di fattibilità redatto dalla Regione Piemonte, come il quadro degli investimenti previsti quale elemento di quantificazione della mole di lavoro che il progetto dovrà affrontare. Ha esposto le molteplici azioni per incentivare la gestione dei Parchi, una gestione che definita “attiva” in quanto tendente non solo alla conservazione dei valori esistenti, ma anche alla  creazione di tutta una serie di servizi in grado di garantire una fruibilità completa del sistema delle aree protette, compresa la realizzazione di un sistema di connessione pubblica che permetta di raggiungere queste strutture e gli stessi parchi. 
L’insieme delle problematiche affrontate in questo escursus è descritto nella relazione che segue e nelle slides illustrative che hanno supportato il suo intervento.

CORONA VERDE
Una nuova progettualità 
per l’area metropolitana torinese: una lettura nel tempo

Il Progetto Corona Verde si può definire come uno strumento per la riconversione territoriale-ambientale, e la rifunzionalizzazione di una parte del tessuto socioeconomico dell’area torinese, ed ha l’obiettivo di porre al centro i valori ambientali dell’area metropolitana nell’ottica della loro salvaguardia non disgiunta dalla contemporanea valorizzazione.
Corona Verde è l’evoluzione di un tema già affrontato. Le complessità di un’area metropolitana e la necessità di una sua ricomposizione, sono elementi già presenti sul tavolo dei pianificatori e degli enti negli anni ’50. Ne fa cenno il Piano Regolatore del 1956/59 e se ne fa carico il Piano Intercomunale del 1964: riorganizzare il sistema verde che circonda la città dal nord-ovest con La Mandria, la collina di Rivoli ad ovest, a sud Stupinigi ed ad est la collina riunite tra loro in sistema mediante le fasce fluviali di Po, Sangone, dora Riparia e stura di Lanzo. Nel tempo tuttavia si sono susseguiti una serie di fatti che possono aiutarci a comprendere pienamente il significato che oggi assume la proposta progettuale, ricostruibili lungo un percorso che si snoda dagli anni ’60 ad oggi.
Il periodo degli studi.
Negli anni ’60 sul tema del raccordo fra area urbana della città e sistemi del verde circostanti od incuneati in essa, si sviluppano ricerche ed attenzioni, per lo più accademiche, mentre le azioni paiono certo non decisive, in un momento nel quale la crescita industriale segna il suo parossismo. Ne sono testimoni i citati documenti di pianificazione locale.
La riscoperta del territorio.
Nel periodo compreso fra la seconda metà degli anni ’70 e gli anni ’80, si affermano le tematiche territoriali e naturalistiche, nate nell’ambito dell’allestimento delle banche dati ambientali avviato dalla Regione per tutto il suo territorio (sino ad allora poco conosciuto) ed in particolare per la redazione del Piano dei Parchi, previsto dalla recente legislazione in materia di aree protette, esempio leader nel panorama nazionale d’allora. 
Questa fase permettere di ridisegnare quell’unico scenario paesaggistico costituito dalla pianura torinese, come lo definì il grande architetto Le Courbusier in una sua visita alla Basilica di Superga. Ecco i tratti dei suoi lineamenti.
Le colline d’oriente, che custodiscono le fasi tettoniche di crescita delle alpi (in un alternarsi di stratigrafie che celano associazioni di fauna di oltre 50 milioni di anni fa come i calcari a denti di Carcharodon di Gassino o a Nummuliti, piccoli organismi i cui scheletri diedero vita alle rocce che oggi compongono le colonne della Basilica di Superga). Le colline, che ospitano le flore delle fasi climatiche connesse ai periodi glaciali (I Faggi della Val Sappone o del Bosco del Vaj), o quelle degli interglaciali (caldi) segnati da specie come il Leccio, in un contesto boscato di rara estensione  a due passi da una città industriale. 
Dal lato opposto i rilievi d’occidente, le colline moreniche di rivoli-avigliana, imponente sistema glaciale frutto delle spinte delle lingue di ghiaccio che per circa 400.000 anni hanno solcato la Valle di Susa modificando radicalmente la geografia valliva e sospingendo a valle cumuli di detriti e rocce oggi segnati dalle morene, dai laghi e dai massi erratici sparsi nella pianura fra Rivoli e Torino.
In mezzo la pianura, tutt’altro che monotona e segnata da numerosi terrazzi, fra i quali spiccano quelli posti verso i versanti montani, ultime vestigia delle antiche pianure post-glaciali, la cui antichità ci viene ricordata dai suoli argillosi rossi, e che  conosciamo come le Vaude o i boschi delle Mandrie, ricchi di flora dalle orchidee ai narcisi, e di fauna dagli Sparvieri ai Cervi.
E poi i fiumi, corridoi di ricchezza ecologica e paesaggistica, che come una cerniera raccordano le tre quinte prima descritte e che fra tutti celano una potenzialità naturalistica unica, e dove ancora regna il potere sovrano delle dinamiche naturali con le quali, ancora oggi, non si è ancora raggiunta un’adeguata convivenza, come le alluvioni drammaticamente testimoniano.
In questo contesto nel 1978 nasce il Parco regionale della Mandria, nel 1982 l’Area attrezzata delle Vallere, nel 1984 l’Area attrezzata di Rivoli, nel 1980 il Parco dei Laghi di Avigliana, nel 1982 la Riserva del Monte Lera, nel 1978 la Riserva del Bosco del Vaj, e si fa quindi strada una nuova sensibilità e, soprattutto, nuovi strumenti di gestione attiva del territorio, proprio intorno alla città che nel frattempo cresce e consolida il suo ruolo, spesso in disequilibrio con questo contesto ambientale.
I primi passi di una nuova progettualità e di nuove regole di salvaguardia.
Negli anni ’90 vediamo l’affermarsi delle strategie di ricomposizione del territorio, derivanti da diverse origini, affiancate dal generale processo di ripensamento di una città toccata dalla crisi produttiva mondiale e dal tema della riconversione industriale. Dal consolidarsi di una sensibilità, si passa quindi a proporre vie progettuali non solo limitate ai “recinti” dei parchi  proseguendo anche il consolidamento del sistema di salvaguardia.
Nasce, con la delibera del dicembre 1993 il Progetto Torino Città d’Acque, con l’obiettivo la definizione di interventi concreti per la riqualificazione ambientale e territoriale delle sponde fluviali cittadine attraverso la creazione di un unico sistema verde attraversato da una rete di percorsi ciclabili, pedonali didattico naturalistici e turistici. Un progetto ambizioso che intende operare per obiettivi sviluppando una serie di progetti su un’area di circa 12 milioni di metri quadri, suddivisi per aree di interesse individuate nel Po, nelle sponde del Sangone, della Stura e della Dora Riparia.
Con la legge dell’aprile del 1990 nasce il Parco del Po, destinato ad estendersi, proprio nell’area torinese, con particolari ampliamenti sul Sangone, la Stura e lo stesso Po a Torino nel 1995. Ma nascono anche altre aree protette come il Parco della Collina di Superga (1991) il Parco di Stupinigi (1992), e vengono individuati i biotopi, nuovi soggetti della protezione.
Il 1994, a seguito del triste evento alluvionale del novembre, vede la redazione dei primi strumenti di pianificazione delle aste fluviali, dando attuazione, purtroppo sulla spinta dei disastri ed al solito in emergenza, alla legge 183 del 1989 che afferma il ruolo strategico della  pianificazione di bacino per la gestione del dissesto idrogeologico, attualizzando in odo particolarmente efficace un principio stabilito dalle linee guida della gestione dei parchi. 
Gli anni ‘90 vedono anche nascere il progetto regionale di riqualificazione delle Residenze Sabaude, che intende realizzare una rete integrata di collegamento ra queste gradi realtà architettoniche che nacquero secondo un disegno di tipo territoriale, ai vertici di quella che è nota com ala triangolazione juvarriana.
I parchi assumono inoltre un nuovo ruolo a livello nazionale con l’approvazione della legge quadro nel dicembre 1991, che inserisce le aree protette nel quadro della salvaguardia nazionale, riempiendo un vuoto legislativo unico in Europa.  Ed è nel 1992 che viene adottata la Direttiva Comunitaria Habitat, che sancisce la nascita di Rete natura 2000, il sistema di salvaguardia dell’ambiente su scala Europea che afferma il ruolo della politica di protezione del territorio come strategia estesa e non come attività puntuale di protezione.
Accanto a questi importanti novità, emerge in questo decennio i tema del rapporto fra territorio e sviluppo con l’affermarsi delle scuola della c.d. “Economia ecologica” e del tema dello Sviluppo sostenibile, o “durable”.
In sintesi si affermano in sostanza culture, e si concretizzano azioni progetti e norme, che inaugurano la stagione della cultura della “rete”, della visione integrata e complessa del territorio, che mira a ricucirne l’intero tessuto, abbandonando il concetto museale della protezione di singoli tasselli di un puzzle.
L’era della rete: azioni coordinate per la ricucitura territoriale.
Ed eccoci alla terza fase, l’odierna, dove quelle azioni prima ricordate, spesso viventi indipendentemente fra di loro, tentano il raccordo e mirano alla sintesi. E di questa fase possiamo citare due momenti in cui la cultura del Piano individua strumenti per passare al progetto e quindi alla trasformazione:
il primo è rappresentato dall’accordo promosso dall’Autorità di bacino del Fiume Po, in sigla AMT, ovvero “Acque Metropolitane Torinesi”, che vede in un impegno comune Regione, Provincia, Comune ed Ente del Parco del Po torinese, il perseguimento delle finalità di salvaguardia e corretta gestione del sistema delle acque, lette nei loro diversi significati ecologici, idropotabili, ambientali, urbanistici, idrologici e biologici.
il secondo è il Progetto Corona Verde. L’idea di Corna Verde nasce dal Parco del Po nella primavera del 1997 e viene proposta agli altri enti dell’area torinese. Aderiscono La Mandria, La Collina torinese e Stupinigi, sulla base di un documento programma che fissa una serie di elementi ed obiettivi e rappresenta l’esempio concreto della nascita di un nuovo ruolo delle aree protette, che si aprono a un dialogo con il territorio, per la loro crescita nel contesto, più che per una politica di difesa dei loro confini. Un progetto che parte dai parchi, ma che pensa di crescere nei circa 80 Comuni interessati e che nel 2001 diviene strategia della Regione Piemonte, che redige lo Studio di Fattibilità regionale nell’ambito dei fondi a ciò destinati dal CIPE.
Gli obiettivi di Corona Verde si possono così sintetizzare:

  1. Incentivare la progettualità nei parchi, per migliorare le condizioni di qualità ambientale (incrementando la gestione attiva degli ecosistemi oggi troppo limitata) al loro interno e i servizi al pubblico spesso non all’altezza della domanda.
  2. Costruire una rete di connessione ecologica con interventi di completamento ambientale mirati ad aumentare la qualità ecologica del territorio, con la particolare riferimento alle aree fluviali ed ai corridoi ecologici connessi in una azione coordinata con le misure di sicurezza idraulica, connesse come stabilito dal PA all’incremento di naturalità delle fasce fluviali.
  3. Individuare strategie per la salvaguardia delle aree agricole e per la loro riconversione, quali elementi di valore nel mantenimento di livelli di qualità ambientale del contesto periferico urbano.
  4. Realizzazione di una rete di fruizione integrata con la creazione di nuova are verdi anche di tipo pubblico al fine di estendere le riscorse di fruizione con l‘intento di scaricare la pressione oggi limitata alle aree protette regionali ed ai parchi urbani pubblici.
  5. Realizzare una rete di centri servizi sull’ambiente quali centri visita, musei, centro servizi di noleggio, punti informativi, volti a fornire tutto il supporto necessario al turista in visita all’area della Corona.
  6. Definire e completare una rete di mobilità sostenibile integrata che metta in relazione i punti notevoli del sistema e consenta un raccordo multiplo (pubblico, ciclabile etc..) fra le residenze sabaude, fra i parchi pubblici, fra le aree protette, fra il sistema di centri visita.
  7. Attuare una campagna d’informazione sui valori dell’area torinese, impegnando i mezzi comunicativi in uno sforzo volto a ridare al territorio urbano e periurbano un suo nuovo significato, il recupero della sua immagine di caleidoscopio d’ambienti.


In sintesi la Torino alla ricerca della sua nuova identità può trovare in questa nuova opportunità che si chiama “ambiente”, una chiave di reinterpretazione del suo ruolo di area urbana, in particolare in quanto questa operazione coniuga la tradizione con l’innovazione, l’antica matrice di città capitale, che valorizzò i suoi scenari ed i suoi paesaggi, incisi nel Teathrum sabaudiae, con l’attuale ruolo di territorio incernierato su un sistema di parchi, protagonisti di una nuova “triangolazione” non solo architettonico-urbanistica, capace di dare stimolo alla nascita della Torino del futuro, la Torino dell’innovazione tecnologica, dall’orizzonte verde e dal cuore giovane. 
 
 


 
 

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