LA
RELAZIONE
Il
Progetto Corona Verde
Una
rete ecologica da Moncalieri a Chivasso.
Prof. Nemesio
Ala
Presidente Ente
Gestione Parco Fluviale del Po Torinese
Dott. Ippolito
Ostellino
Direttore Ente
Gestione Parco Fluviale del Po Torinese
Il
parco è stato una scelta, caratterizzata da una forte volontà
politica tesa a realizzare un unico sistema di protezione lungo il Po,
che parte dal Monviso ed arriva fino al confine con la Lombardia. Il progetto
sembrava un azzardo in quanto, gran parte del territorio che adesso si
chiama “territorio protetto”, in realtà comprendeva ed ancora racchiude
discariche, rottamatori, orti abusivi, aziende inserite nella direttiva
Seveso altamente inquinanti. Il Parco è una striscia molto sottile
che corre a destra e a sinistra del Po, del Sangone, di parte della Dora
Baltea e della Stura. Una striscia sottile è quella denominata “fascia
di pertinenza fluviale”, fascia nella quale sostanzialmente agisce il fiume.
E’ una realtà che si muove in un contesto anche profondamente urbano
in cui ci si accorge che gli insediamenti sono una pressione antropica
complessa rispetto alla quale questa stretta fascia a stento si difende.
Il
progetto di salvaguardia presentava pertanto dei limiti oggettivi, delineati
dalla legge 394: i piani di sviluppo socio-economici e le aree contigue,
individuando in queste zone le fasce di cuscinetto che si trovano ai bordi
del territorio protetto e che sono fasce sulle quali si può creare
quel “respiro“ necessario per sviluppare ampi progetti nella logica nella
quale proprio Corona Verde si è mossa, proponendo ad un intero territorio,
quello metropolitano torinese, una filosofia di approccio nata nei parchi.
La
Regione Piemonte ha sviluppato nell’area metropolitana torinese un’altra
serie di aree protette: La Mandria, il Parco della collina di Superga,
il Bosco del Vaj, la Vauda, i Laghi di Avigliana, il Parco della Palazzina
di Caccia di Stupinigi. L’insieme di queste aree protette regionali costruiscono,
se messe tutte insieme, un abbozzo di sistema, all’interno del quale si
ritrova anche la politica del Comune di Torino, concretizzatasi nel progetto
“Torino città d’acque”, con lo scopo di creare un sistema di parchi
lungo tutte le linee fluviali di Torino.
Quello
che il Parco del Po ha proposto, alla Regione principalmente, è
passare da un sistema di aree protette, singolarmente prese, per abbozzare
una politica di tutela ambientale sostanzialmente più vasta (anche
se i confini di Corona Verde non sono così ben definiti) consci
delle difficoltà con cui le singole autorità comunali possono
intervenire nel merito di politiche territoriali di tutela ambientale:
i confini amministrativi sono tali da rendere difficile le politiche di
collaborazione. D’altro canto con la legge 142 si stabilisce che non si
può più agire in modo frastagliato ma solo se compresi all’interno
di un adeguato contesto.
Il
problema iniziale è stato rappresentato dall’esigenza di lavorare
per un progetto più ampio: creare tutela di elementi fondamentali
quali i corridoi fluviali, aree di grandissimo degrado che, dopo gli ultimi
eventi alluvionali, diventano talmente evidenti come situazioni di asfissia
del fiume. In questo progetto trova posto l’attività agricola dell’area
metropolitana torinese: una sopravvivenza di importanza strategica fondamentale,
sia dal punto di vista dell’attività economica imprenditoriale ma
anche dal punto di vista della libertà del territorio, frammentato
dalle infrastrutture.
Attorno
a questo sistema di aree ci sono poi luoghi eccellenti sotto il profilo
storico culturale ed architettonico (le Residenze Sabaude) e questa è
la parte più vecchia della proposta, preesistente a quella
del Progetto Corona Verde, e rispetto alla quale crediamo Corona Verde
contribuisca in modo sostanziale, fornendo un vero e completo contesto
territoriale ad un progetto in particolare di carattere architettonico.
Oltre a questi punti notevoli si incontrano una rete di percorsi agricoli,
cascine, centri storici e realtà molto meno segnalate come la Certosa
di Collegno. Su quest’area si muovono inoltre molti progetti, ma la capacità
di avere un indirizzo unico, dove far rientrare anche progetti delle amministrazioni
locali finalizzati al raggiungimento di determinati obiettivi di qualità
e di sistema, può portare alla possibilità di creare un’accettabile
caratteristica di condizioni di vivibilità.
Dopo
questa introduzione del Prof. Ala, prende la parola il Dott. Ostellino
che espone il progetto in modo più tecnico e particolareggiato,
tracciando l’evoluzione dei presupposti metodologici che stanno alla base
del Progetto Corona Verde, fornendo anche alcune informazioni di base relative
allo studio di fattibilità redatto dalla Regione Piemonte, come
il quadro degli investimenti previsti quale elemento di quantificazione
della mole di lavoro che il progetto dovrà affrontare. Ha esposto
le molteplici azioni per incentivare la gestione dei Parchi, una gestione
che definita “attiva” in quanto tendente non solo alla conservazione dei
valori esistenti, ma anche alla creazione di tutta una serie di servizi
in grado di garantire una fruibilità completa del sistema delle
aree protette, compresa la realizzazione di un sistema di connessione pubblica
che permetta di raggiungere queste strutture e gli stessi parchi.
L’insieme
delle problematiche affrontate in questo escursus è descritto nella
relazione che segue e nelle slides illustrative che hanno supportato il
suo intervento.
CORONA
VERDE
Una nuova progettualità
per l’area metropolitana
torinese: una lettura nel tempo
Il
Progetto Corona Verde si può definire come uno strumento per la
riconversione territoriale-ambientale, e la rifunzionalizzazione di una
parte del tessuto socioeconomico dell’area torinese, ed ha l’obiettivo
di porre al centro i valori ambientali dell’area metropolitana nell’ottica
della loro salvaguardia non disgiunta dalla contemporanea valorizzazione.
Corona
Verde è l’evoluzione di un tema già affrontato. Le complessità
di un’area metropolitana e la necessità di una sua ricomposizione,
sono elementi già presenti sul tavolo dei pianificatori e degli
enti negli anni ’50. Ne fa cenno il Piano Regolatore del 1956/59 e se ne
fa carico il Piano Intercomunale del 1964: riorganizzare il sistema verde
che circonda la città dal nord-ovest con La Mandria, la collina
di Rivoli ad ovest, a sud Stupinigi ed ad est la collina riunite tra loro
in sistema mediante le fasce fluviali di Po, Sangone, dora Riparia e stura
di Lanzo. Nel tempo tuttavia si sono susseguiti una serie di fatti che
possono aiutarci a comprendere pienamente il significato che oggi assume
la proposta progettuale, ricostruibili lungo un percorso che si snoda dagli
anni ’60 ad oggi.
Il
periodo degli studi.
Negli
anni ’60 sul tema del raccordo fra area urbana della città e sistemi
del verde circostanti od incuneati in essa, si sviluppano ricerche ed attenzioni,
per lo più accademiche, mentre le azioni paiono certo non decisive,
in un momento nel quale la crescita industriale segna il suo parossismo.
Ne sono testimoni i citati documenti di pianificazione locale.
La
riscoperta del territorio.
Nel
periodo compreso fra la seconda metà degli anni ’70 e gli anni ’80,
si affermano le tematiche territoriali e naturalistiche, nate nell’ambito
dell’allestimento delle banche dati ambientali avviato dalla Regione per
tutto il suo territorio (sino ad allora poco conosciuto) ed in particolare
per la redazione del Piano dei Parchi, previsto dalla recente legislazione
in materia di aree protette, esempio leader nel panorama nazionale d’allora.
Questa
fase permettere di ridisegnare quell’unico scenario paesaggistico costituito
dalla pianura torinese, come lo definì il grande architetto Le Courbusier
in una sua visita alla Basilica di Superga. Ecco i tratti dei suoi lineamenti.
Le
colline d’oriente, che custodiscono le fasi tettoniche di crescita delle
alpi (in un alternarsi di stratigrafie che celano associazioni di fauna
di oltre 50 milioni di anni fa come i calcari a denti di Carcharodon di
Gassino o a Nummuliti, piccoli organismi i cui scheletri diedero vita alle
rocce che oggi compongono le colonne della Basilica di Superga). Le colline,
che ospitano le flore delle fasi climatiche connesse ai periodi glaciali
(I Faggi della Val Sappone o del Bosco del Vaj), o quelle degli interglaciali
(caldi) segnati da specie come il Leccio, in un contesto boscato di rara
estensione a due passi da una città industriale.
Dal
lato opposto i rilievi d’occidente, le colline moreniche di rivoli-avigliana,
imponente sistema glaciale frutto delle spinte delle lingue di ghiaccio
che per circa 400.000 anni hanno solcato la Valle di Susa modificando radicalmente
la geografia valliva e sospingendo a valle cumuli di detriti e rocce oggi
segnati dalle morene, dai laghi e dai massi erratici sparsi nella pianura
fra Rivoli e Torino.
In
mezzo la pianura, tutt’altro che monotona e segnata da numerosi terrazzi,
fra i quali spiccano quelli posti verso i versanti montani, ultime vestigia
delle antiche pianure post-glaciali, la cui antichità ci viene ricordata
dai suoli argillosi rossi, e che conosciamo come le Vaude o i boschi
delle Mandrie, ricchi di flora dalle orchidee ai narcisi, e di fauna dagli
Sparvieri ai Cervi.
E
poi i fiumi, corridoi di ricchezza ecologica e paesaggistica, che come
una cerniera raccordano le tre quinte prima descritte e che fra tutti celano
una potenzialità naturalistica unica, e dove ancora regna il potere
sovrano delle dinamiche naturali con le quali, ancora oggi, non si è
ancora raggiunta un’adeguata convivenza, come le alluvioni drammaticamente
testimoniano.
In
questo contesto nel 1978 nasce il Parco regionale della Mandria, nel 1982
l’Area attrezzata delle Vallere, nel 1984 l’Area attrezzata di Rivoli,
nel 1980 il Parco dei Laghi di Avigliana, nel 1982 la Riserva del Monte
Lera, nel 1978 la Riserva del Bosco del Vaj, e si fa quindi strada una
nuova sensibilità e, soprattutto, nuovi strumenti di gestione attiva
del territorio, proprio intorno alla città che nel frattempo cresce
e consolida il suo ruolo, spesso in disequilibrio con questo contesto ambientale.
I
primi passi di una nuova progettualità e di nuove regole di salvaguardia.
Negli
anni ’90 vediamo l’affermarsi delle strategie di ricomposizione del territorio,
derivanti da diverse origini, affiancate dal generale processo di ripensamento
di una città toccata dalla crisi produttiva mondiale e dal tema
della riconversione industriale. Dal consolidarsi di una sensibilità,
si passa quindi a proporre vie progettuali non solo limitate ai “recinti”
dei parchi proseguendo anche il consolidamento del sistema di salvaguardia.
Nasce,
con la delibera del dicembre 1993 il Progetto Torino Città d’Acque,
con l’obiettivo la definizione di interventi concreti per la riqualificazione
ambientale e territoriale delle sponde fluviali cittadine attraverso la
creazione di un unico sistema verde attraversato da una rete di percorsi
ciclabili, pedonali didattico naturalistici e turistici. Un progetto ambizioso
che intende operare per obiettivi sviluppando una serie di progetti su
un’area di circa 12 milioni di metri quadri, suddivisi per aree di interesse
individuate nel Po, nelle sponde del Sangone, della Stura e della Dora
Riparia.
Con
la legge dell’aprile del 1990 nasce il Parco del Po, destinato ad estendersi,
proprio nell’area torinese, con particolari ampliamenti sul Sangone, la
Stura e lo stesso Po a Torino nel 1995. Ma nascono anche altre aree protette
come il Parco della Collina di Superga (1991) il Parco di Stupinigi (1992),
e vengono individuati i biotopi, nuovi soggetti della protezione.
Il
1994, a seguito del triste evento alluvionale del novembre, vede la redazione
dei primi strumenti di pianificazione delle aste fluviali, dando attuazione,
purtroppo sulla spinta dei disastri ed al solito in emergenza, alla legge
183 del 1989 che afferma il ruolo strategico della pianificazione
di bacino per la gestione del dissesto idrogeologico, attualizzando in
odo particolarmente efficace un principio stabilito dalle linee guida della
gestione dei parchi.
Gli
anni ‘90 vedono anche nascere il progetto regionale di riqualificazione
delle Residenze Sabaude, che intende realizzare una rete integrata di collegamento
ra queste gradi realtà architettoniche che nacquero secondo un disegno
di tipo territoriale, ai vertici di quella che è nota com ala triangolazione
juvarriana.
I
parchi assumono inoltre un nuovo ruolo a livello nazionale con l’approvazione
della legge quadro nel dicembre 1991, che inserisce le aree protette nel
quadro della salvaguardia nazionale, riempiendo un vuoto legislativo unico
in Europa. Ed è nel 1992 che viene adottata la Direttiva Comunitaria
Habitat, che sancisce la nascita di Rete natura 2000, il sistema di salvaguardia
dell’ambiente su scala Europea che afferma il ruolo della politica di protezione
del territorio come strategia estesa e non come attività puntuale
di protezione.
Accanto
a questi importanti novità, emerge in questo decennio i tema del
rapporto fra territorio e sviluppo con l’affermarsi delle scuola della
c.d. “Economia ecologica” e del tema dello Sviluppo sostenibile, o “durable”.
In
sintesi si affermano in sostanza culture, e si concretizzano azioni progetti
e norme, che inaugurano la stagione della cultura della “rete”, della visione
integrata e complessa del territorio, che mira a ricucirne l’intero tessuto,
abbandonando il concetto museale della protezione di singoli tasselli di
un puzzle.
L’era
della rete: azioni coordinate per la ricucitura territoriale.
Ed
eccoci alla terza fase, l’odierna, dove quelle azioni prima ricordate,
spesso viventi indipendentemente fra di loro, tentano il raccordo e mirano
alla sintesi. E di questa fase possiamo citare due momenti in cui la cultura
del Piano individua strumenti per passare al progetto e quindi alla trasformazione:
il
primo è rappresentato dall’accordo promosso dall’Autorità
di bacino del Fiume Po, in sigla AMT, ovvero “Acque Metropolitane Torinesi”,
che vede in un impegno comune Regione, Provincia, Comune ed Ente del Parco
del Po torinese, il perseguimento delle finalità di salvaguardia
e corretta gestione del sistema delle acque, lette nei loro diversi significati
ecologici, idropotabili, ambientali, urbanistici, idrologici e biologici.
il
secondo è il Progetto Corona Verde. L’idea di Corna Verde nasce
dal Parco del Po nella primavera del 1997 e viene proposta agli altri enti
dell’area torinese. Aderiscono La Mandria, La Collina torinese e Stupinigi,
sulla base di un documento programma che fissa una serie di elementi ed
obiettivi e rappresenta l’esempio concreto della nascita di un nuovo ruolo
delle aree protette, che si aprono a un dialogo con il territorio, per
la loro crescita nel contesto, più che per una politica di difesa
dei loro confini. Un progetto che parte dai parchi, ma che pensa di crescere
nei circa 80 Comuni interessati e che nel 2001 diviene strategia della
Regione Piemonte, che redige lo Studio di Fattibilità regionale
nell’ambito dei fondi a ciò destinati dal CIPE.
Gli
obiettivi di Corona Verde si possono così sintetizzare:
-
Incentivare
la progettualità nei parchi, per migliorare le condizioni di qualità
ambientale (incrementando la gestione attiva degli ecosistemi oggi troppo
limitata) al loro interno e i servizi al pubblico spesso non all’altezza
della domanda.
-
Costruire
una rete di connessione ecologica con interventi di completamento ambientale
mirati ad aumentare la qualità ecologica del territorio, con la
particolare riferimento alle aree fluviali ed ai corridoi ecologici connessi
in una azione coordinata con le misure di sicurezza idraulica, connesse
come stabilito dal PA all’incremento di naturalità delle fasce fluviali.
-
Individuare
strategie per la salvaguardia delle aree agricole e per la loro riconversione,
quali elementi di valore nel mantenimento di livelli di qualità
ambientale del contesto periferico urbano.
-
Realizzazione
di una rete di fruizione integrata con la creazione di nuova are verdi
anche di tipo pubblico al fine di estendere le riscorse di fruizione con
l‘intento di scaricare la pressione oggi limitata alle aree protette regionali
ed ai parchi urbani pubblici.
-
Realizzare
una rete di centri servizi sull’ambiente quali centri visita, musei, centro
servizi di noleggio, punti informativi, volti a fornire tutto il supporto
necessario al turista in visita all’area della Corona.
-
Definire
e completare una rete di mobilità sostenibile integrata che metta
in relazione i punti notevoli del sistema e consenta un raccordo multiplo
(pubblico, ciclabile etc..) fra le residenze sabaude, fra i parchi pubblici,
fra le aree protette, fra il sistema di centri visita.
-
Attuare
una campagna d’informazione sui valori dell’area torinese, impegnando i
mezzi comunicativi in uno sforzo volto a ridare al territorio urbano e
periurbano un suo nuovo significato, il recupero della sua immagine di
caleidoscopio d’ambienti.
In
sintesi la Torino alla ricerca della sua nuova identità può
trovare in questa nuova opportunità che si chiama “ambiente”, una
chiave di reinterpretazione del suo ruolo di area urbana, in particolare
in quanto questa operazione coniuga la tradizione con l’innovazione, l’antica
matrice di città capitale, che valorizzò i suoi scenari ed
i suoi paesaggi, incisi nel Teathrum sabaudiae, con l’attuale ruolo di
territorio incernierato su un sistema di parchi, protagonisti di una nuova
“triangolazione” non solo architettonico-urbanistica, capace di dare stimolo
alla nascita della Torino del futuro, la Torino dell’innovazione tecnologica,
dall’orizzonte verde e dal cuore giovane.
QUANTI
ERAVAMO...
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presenti :
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onorari :
Assenze
preavvisate :
Effettivo
del Club :
Assiduità
:
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