LA
RELAZIONE
“La
competitività del lavoro. Un confronto a livello internazionale”
Dott.
Piergiorgio Ferrandi
L’Unione
Industriale di Torino al fine di misurare il grado di competitività
delle imprese, ha promosso un’indagine retributiva annuale che ha come
obiettivo quello di evidenziare le differenze salariali e le specificità
normative che caratterizzano il rapporto di lavoro nei vari Paese. Sono
stati analizzati alcuni dei più rilevanti aspetti dei sistemi economici
dei Paesi messi a confronto ed in tal modo è stato possibile porre
in rilievo alcune motivazioni che determinano situazioni molto diverse
in materia di salario, costi aziendali e capacità concorrenziali.
L’Italia
ha una prestazione lavorativa annua pari a 1.596 ore di lavoro effettivo
e si colloca in una posizione immediatamente a ridosso di quella dei paesi
industrializzati (Germania e Francia). che applicano le 35 ore. Rilevante
risulta invece il divario tra le ore mediamente lavorate nell’Unione Europea
rispetto alla prestazione lavorativa media riscontrata negli USA, sulla
quale ha una notevole influenza il livello di straordinario effettuato.
Un
aspetto importante da interconnettere con l’attività lavorativa
è il tasso di occupazione esistente nei vari Pesi, poiché
esso ha una forte influenza sul livello complessivo di ricchezza prodotta
e sul livello reale degli orari praticati.
Sintomatico
è il caso del nostro Paese che, avuto riguardo alla sola popolazione
che lavora, presenta orari annui mediamente superiori a quelli registrati
negli altri Paesi Europei. Prendendo invece a riferimento anche il tasso
di occupazione, pari al 53,5% della forza lavoro, la prestazione media
procapite diviene la più bassa fra i Pesi esaminati, con conseguenti
impatti negativi sul livello di competitività del sistema economico
e sulla capacità di produrre ricchezza da distribuire.
Per
quanto riguarda i dati relativi al salari annui, variano dai 35.100 Euro
degli Stati Uniti, ai 22.600 dell’operaio Canadese, ai 4.400 dell’operaio
Messicano.
Nella
Comunità Europea gli importi salariali variano dai 34.300 Euro percepiti
in media dall’operaio Tedesco ai 12.600 dell’operaio Portoghese, mentre
i salari italiani si attestano intorno ai 19.500 Euro. Si precisa che questi
dati salariali si riferiscono al valori medi teorici annui degli operai
e degli impiegati.
Le
forti differenze salariali che si registrano tra i Paesi della Comunità
Europea, potranno ingenerare, con la moneta unica, un effetto di “imitazione
salariale” a causa della naturale comparazione che verrà attuata
fra i diversi livelli economici riconosciuti per prestazioni lavorative,
in molti casi, di analogo contenuto professionale. Vale tuttavia la pena
sottolineare che le differenti condizioni locali del mercato del lavoro,
della produttività, del costo della vita e la diversificazione dei
settori di specializzazione, determinano la necessità di mantenere
differenziali salariali anche rilevanti all’interno di aree integrate.
Per
quanto riguarda i salari nominali lordi si osservano notevoli differenze
fra i Paesi della Comunità Europea ed il valore del salario medio
erogato in Italia risulta essere fra i più bassi. Il valore reale
del salario di cui il lavoratore può beneficiare dopo il pagamento
dei contributi e delle tasse, è un altro importante dato di analisi.
Il confronto fra i vari Pesi evidenzia una situazione favorevole ai lavoratori
Tedeschi, anche se con vantaggi molto più contenuti rispetto a quelli
espressi dai valori nominali dei salari.
Il
confronto operato fra i salari nominali netti annui evidenzia il forte
impatto che le trattenute poste a carico del lavoratore, hanno sulla effettiva
disponibilità economica di cui esso può beneficiare con la
busta paga. Le differenze parametrali fra i livelli di salario lordo risultano
in alcuni casi fortemente modificate tra un paese e l’altro, con avvicinamenti
o distanziamenti parametrali causati dal diverso peso delle trattenute
operate.
Tra
i Paesi industrializzati l’ammontare delle trattenute sul salario degli
operai risulta variabile dal 42% della Germania al 26-30% della Francia
e degli USA, al 27% del Regno Unito. L’indagine si è anche posta
l’obiettivo di tradurre il valore nominale netto dei salari in termini
di capacità di acquisto di beni equivalenti nell’ambito del Paese
in cui esso viene percepito e speso. Un’ulteriore ragione di differenziazione
dei livelli retributivi è data dal modello di sistema sociale esistente
nei vari Paesi e dalla quantità e qualità dei servizi che
lo Stato può garantire ai cittadini. Emblematico a questo proposito
il caso degli Stati Uniti dove la struttura del Welfare è molto
più leggera rispetto all’Europa, in quanto non esiste la sicurezza
sociale, e la sanità è privata come così pure la scuola.
Ecco quindi che il lavoratore americano ha la necessità di disporre
di un reddito molto più elevato per far fronte suddetti bisogni.
Importanti
sono altresì i dati relativi alla variabilità del salario
nell’ambito di un singolo Paese. Nei principali Paesi Industrializzati
il sistema di determinazione del salario tiene conto della necessità
di adeguarlo ai differenziali di produttività esistenti ed alle
caratteristiche del mercato del lavoro.
L’Italia
appare in controtendenza in quanto le norme vigenti determinano una uniformità
dei livelli salariali nella misura del 75-80% del loro ammontare su tutto
il territorio nazionale.
Per
quanto riguarda il costo del lavoro orario i dati indicano un vantaggio
competitivo dell’Italia rispetto ai principali Paesi Industrializzati.
L’attuale
processo di globalizzazione del mercato ed i vincoli derivanti dal rispetto
dei parametri di Maastricht impongono all’Italia ed agli altri Paesi comportamenti
“virtuosi” onde contenere a livelli accettabili la dinamica dei costi e
migliorare i livelli di competitività esistenti.
La
sfida da affrontare nel medio termine appare molto impegnativa, poiché
la concorrenza internazionale è sempre più agguerrita e la
situazione del cambio fisso non aiuta più l’Italia a recuperare
competitività nei confronti degli altri partner europei.
Diviene
pertanto indispensabile porre in essere tutte le azioni capaci di limitare
ulteriormente il trend dei costi per renderlo compatibile con le prospettive
economiche delineate dal Governo e con un andamento del tasso di inflazione
programmata di poco superiore ad un punto annuo.
I
risultati emersi dall’indagine, inducono alcune riflessioni sull’Italia.
Da un lato la ricchezza distribuita negli ultimi anni è stata superiore
a quella prodotta; dall’altro il nostro sistema Paese si conferma meno
efficiente di quanto sarebbe necessario.
Ulteriori
recuperi di produttività potrebbero essere ottenuti qualora fosse
possibile agire sui costi indotti dai trasporti, dall’acquisto di energia
e dal miglioramento del sistema di credito e della burocrazia.
L’impatto
negativo di tali inefficienze incidenti sul livello di produttività
si riscontra in maniera rilevante osservando il trend di variabili come
i prezzi alla produzione, l’andamento dell’export e dell’import: l’Italia,
in tutti i benchmark con i principali concorrenti industrializzati, evidenzia
una posizione di coda.
I
più autorevoli istituti di ricerca mondiali sottolineano come un
netto miglioramento della funzionalità del sistema socio economico
italiano sia indispensabile per attuare ogni possibile recupero competitivo
all’interno dell’U.E. da parte del nostro paese.
Ciò
al fine di evitare la marginalizzazione progressiva.
QUANTI
ERAVAMO...
Soci
presenti :
Presenze
compensate :
Ospiti
del Club :
Soci
in dispensa permanente :
Soci
onorari :
Assenze
preavvisate :
Effettivo
del Club :
Assiduità
: |
45
1
1
1
1
22
69
67,16%
|
|