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(Estratto dalla pubblicazione
Theatrum Clavasiense edito a cura del Rotary Club Chivasso - Ottobre 1997.)
Franca Franzoni
Il canale
Cavour a Chivasso
La localizzazione nel
territorio di Chivasso delle opere di presa del canale Cavour, realizzato
per l'irrigazione di comprensori agricoli (soprattutto del Novarese e della
Lomellina) posti a 70-80 chilometri di distanza, non fu certo una scelta
casuale né senza valide motivazioni.
In realtà essa
fu presa a ragion veduta e dopo approfonditi studi e dibattiti.
Mentre sulle vicende
che hanno caratterizzato l'epopea della costruzione del canale Cavour esiste
una ricca bibliografia, il dibattito e gli studi del periodo precedente
la scelta operativa sono finora sempre stati marginalmente studiati; pertanto
si vuole ora richiamare l'attenzione su questi aspetti, proponendo alcuni
spunti per l'indagine storica che potranno essere approfonditi anche attraverso
l'analisi di alcuni documenti e memorie sino ad ora inediti conservati
a Novara, presso l'Archivio Storico Canale Cavour, nell'ambito dell'Archivio
Storico delle Acque e delle Terre Irrigue.
I presupposti economico-agricoli
del canale
Nella prima metà
dell'ottocento la situazione delle irrigazioni in Piemonte si presentava
piuttosto sviluppata nella parte centro-occidentale della regione (tra
i fiumi Dora Baltea e Sesia), ove le campagne godevano già del beneficio
di sistemi irrigui diffusi e in alcuni casi di antica pratica; ad est del
fiume Sesia, invece, la condizione irrigua era ancora arretrata e di tipo
oasistico. Può essere utile qui accennare che già a partire
dalla seconda metà del settecento l'Europa e successivamente l'Italia
erano state interessate da un forte processo di riorganizzazione del settore
agricolo, da alcuni studiosi definito «prima rivoluzione verde»,
che doveva portare, nel volgere di alcuni decenni, l'agricoltura padana
ai massimi livelli di sviluppo e di produttività. Ampia eco dei
risultati raggiunti, anche dal punto di vista paesaggistico, si trova negli
scritti dei viaggiatori stranieri in visita all'Italia e degli studiosi
italiani della metà dell'ottocento (tra cui l'inglese Robert Campbell,
il francese Albert Hèrisson e poi Carlo Cattaneo e altri). Per l'agricoltura
il cambiamento si realizzò soprattutto con trasformazioni di carattere
tecnico-organizzativo e di tipo strutturale, stimolate, in primo luogo,
dalla necessità di aumentare i mezzi di sostentamento per una popolazione
in rapida crescita.
Le trasformazioni del
primo tipo si concretizzarono con l'adozione delle rotazioni colturali,
effettuate anche attraverso l'introduzione di nuove coltivazioni (soprattutto
leguminose foraggere, in grado di apportare sostanze azotate al terreno)
e con l'abolizione del «maggese» (periodica messa in riposo
del terreno); ma l'elemento veramente innovativo dell'assetto agricolo
padano fu lo sviluppo delle irrigazioni e delle bonifiche, realizzate da
questo periodo in poi con spirito e volontà imprenditoriali.
A favorire il processo
sopra descritto si ricorda che, sempre a partire dalla metà-fine
del XVIII secolo, diversi furono i provvedimenti sabaudi tendenti, da un
lato, a ridurre la frammentarietà delle concessioni che riguardavano
l'utilizzazione delle acque e, dall'altro, a raggiungere l'unitarietà
dei metodi di misurazione e del regime giuridico che le riguardava; tutto
ciò finalizzato, sul lungo periodo, ad un più razionale e
generalizzato sfruttamento delle risor-se idriche e, nell'immediato, alla
riduzione della notevole conflittualità esistente in materia.
Anche sotto il profilo
delle strutture fondiarie si verifica-rono sostanziali mutamenti: dalla
frammentazione dei feudi, awenuta in periodo napoleonico, nacque un diverso
modello fondiario, che nell'area tra Dora Baltea, Ticino e Po manten-ne
la dimensione aziendale ancora piuttosto rilevante, ma che in taluni casi
raggiunse i limiti della polverizzazione.
Il fenomeno della conservazione
della proprietà terriera entro dimensioni economicamente redditizie
fu reso possibile, tra l'altro, dall'affermazione, nel XIX secolo, della
figura del grande affittuario a crescente valenza imprenditoriale e capitalistica
e dalla diffusione, sia pure incompleta, di un'irrigazione fondata sull'uso
di grandi quantitativi d'acqua, necessari soprattutto per la coltura del
riso.
E fu proprio il desiderio
di estendere la coltivazione del riso, considerata assai remunerativa,
anche alla parte di pia-nura che mancava della dotazione irrigua, a spingere
gli abitanti di tale territorio - principali interessati - ma anche i sovrani
ad occuparsi del problema.
Così si esprimeva
Carlo Alberto in un proprio Brevetto del 1842 che autorizzava uno stanziamento
annuale «per l'apertura di nuovi canali di irrigazione, onde condurre
oltre Sesia le acque delta Dora Baltea.
Fra gli oggetti di pubblica
prosperità che andiamo meditando havvi quello importantissimo dell'apertura,
già anticamente immaginata dai Nostri gloriosi antenati, di nuovi
canali d'irriga-zione onde condurre oltre Sesia le acque della Dora Baltea
al fine di togliere alla sterilità, a vantaggio della ricchezza
pubblica, vastissime superficie di terre, che giacciono incolte per diffetto
d'acqua che le fertilizzi: ma le difficoltà negli andati tempi incon-trate
rispetto alla esecuzione dei vasti progetti in allora formati hanno resi
necessari nuovi studi in proposito, i quali essendo tuttavia ragione di
gravissime considerazioni, non è pur anco possi-bile di conoscere
il montante della totale occorrente spesa
È questa, si ritiene,
la prima testimonianza certa della volontà - ai massimi livelli
istituzionali dello Stato - di realizzare un disegno che trova le sue radici
in un «discorso» di padre Tommaso Bertone da Cavaglià
stampato nel 16332. Si trattava dell'idea di portare il beneficio dell'irrigazione
in quantità adeguata e in forme sicure, quali solo l'attingimento
da un grande fiume, il Po o la Dora Baltea, poteva garantire, nel vasto
comprensorio di pianura costi-tuito dal Novarese e dalla Lomellina, che
ne era ancora privo. Il problema era squisitamente tecnico: scegliere la
fonte di approvvigionamento più dotata e sicura e individuare un
tracciato compatibile con le quote del terreno per condurre una ingente
portata d'acqua al di là del Sesia e fino al Ticino.
In una relazione dell'ing.
Carlo Noè che non porta data ma che si può collocare intorno
al 1854, l'autore sintetizza i termini del dibattito che da almeno un decennio
si stava svolgendo sull'argomento.
«In Piemonte si
ha principalmente la Dora Baltea tanto ricca d'acqua in estate e che in
questa stagione presenta il fenomeno di essere in piena permanente per
la minore inclinazione dei raggi solari rispetto ai ghiacciai del Monte
Bianco e del gran San Bernardo dai quali prende origine, versando nel Po
300 e più metri cubi d'acqua d’avanzo dopo servite le derivazioni
dei Canali Demaniali da esse derivati e di altri di privata spettanza per
un volume complessivo di cento e più metri cubi il Tanaro anch'esso
ben dotato di acque perenni, e il Po, il gran collettore di essi fiumi
e di tutte le riviere discendenti nel gran bacino dell'Italia Settentrionale
che si racchiude fra le radici delle Alpi e quelle degli Apennini, tutti
tre alimentati dalle nevi perpetue delle Alte Alpi scorrono oziosamente
sulla vasta pianura e portano infruttuoso al mare pressochè intero
il volume delle loro acque, attendendo che l'industria umana accorra a
profittarne secondo le disposizioni in cui la natura ce le presenta come
sorgenti d'una immensa ricchezza a cui finora é mancato chi sapesse
e potesse trovar modo e capitali per farla valere a vantaggio comune di
tutta la Società» (3).
L’idea di derivare portate
irrigue per la Lomellina poteva essere concretizzata, secondo studi e progetti
anche molto antichi, prolungando il canale di Cigliano, ora Depretis, oltre
il Sesia, oppure costruendo un nuovo canale che dopo aver attraversato
il lago di Viverone «onde ben anche giovarsi delle acque di questo
nella scarsità che soffrono ordinariamente in primavera le acque
del/a Dora, e traver-sando per gallerie i colli orientali del Canavese,
piegasse poscia verso tramontana per raggiungere il basso piano di Saluzzola
e mettere capo alle baraggie Biellese e Vercellesi [...] onde fornir loro
per via irrigazione e trovar foce alla Sesia per impinguare le acque sempre
scarse in estate a van-taggio delle terre poste fra Sesia e Ticino»
(4) (progetto Costantino Vigitello e Ignazio Michela). Il progetto si dimostrò
subito irrealizzabile sia per problemi geologici che altimetrici, né
sorte migliore ebbe la successiva proposta di utilizzare l'esistente Naviglio
di Ivrea, opportuna-mente ampliato, per superare i rilievi delle colline
del Canavese senza dover ricorrere allo scavo di gallerie. Da successivi
studi parve tornare nuovamente attuale l'idea di potenziare e prolungare
il canale di Cigliano fino al Sesia.
Gli studi di Francesco
Rossi
La svolta decisiva nella
ricerca della soluzione ottimale al problema si ebbe con il progetto dell'agrimensore
vercellese Francesco Rossi, già agente generale delle proprietà
del marchese Michele Cavour, padre di Camillo, il quale con felice intuito
e in controtendenza rispetto ad un'altra opinione diffusa, secondo cui
per irrigare la Lomellina si dovesse attingere acque dal Ticino, pensò
e progettò la costruzione di un canale che derivando acqua dal Po
dopo l'immissione della Dora Baltea, in territorio di Crescentino, attraversasse
il Sesia tra Albano e Oldenico e proseguisse attraverso il Novarese fino
al Ticino.
Nel 1842 il Rossi iniziò
il rilievo altimetrico del territorio interessato, con il solo ausilio
di un livello «a bocce o ad acqua», per dimostrare la validità
della sua idea, basata sul presupposto che il Sesia si trovasse ad una
quota inferiore al Po alla sezione di Crescentino. L'impresa durò
cinque anni e fu coronata dal successo.
Ma nel frattempo, prima
della conclusione della fatica del Rossi, l'allora Ministro delle Finanze
Ottavio Thaon di Revel aveva incaricato gli ingegneri, Carlo Noé
e Epifanio Fagnani di verificare la fattibilità di un canale che
dal Po conducesse acqua a vantaggio del Novarese e della Lomellina.
A questo punto occorre
ricordare il dissidio profondo e insanabile che caratterizzò la
vicenda e i rapporti tra l'agri-mensore Rossi e il Governo Sabaudo, nella
persona, soprattutto, del conte Cavour.
Il figlio di Francesco
Rossi, Antonio, scrisse e pubblicò un «libello» (6)
che aveva principalmente lo scopo di rivendicare la ricompensa promessa
e mai effettivamente riconosciuta al padre per l'attività progettuale
svolta.
In tale memoria il Rossi
denunciò un radicale cambio di atteggiamento del Governo (di cui
era Ministro il Cavour) e dello stesso Sovrano Carlo Alberto tra la fase
iniziale della progettazione - vista con favore e incoraggiata - e il momento
conclusivo della fatica del padre, quando venne reso noto l'effettivo tracciato
che il nuovo canale doveva seguire.
Ed il motivo di questo
mutamento, secondo il Rossi, stava proprio nella delineazione del tracciato,
che avrebbe tagliato in due esatte metà la proprietà Cavour
a Leri.
Le parole con cui viene
espressa questa, secondo l'autore, «verità storica»
sono molto forti e piene di rancore, ran-core che, non si fatica a capire,
era dovuto al fatto che le incombenze successive a questo primo progetto
di grande massima erano state tolte al Rossi e affidate all'ing. Noè
e, soprattutto, che era mancato il riconoscimento, in termini di onori
e di corrispettivo economico, dei meriti dello stesso Francesco Rossi.
Gli studi di Carlo Noè
In effetti l'Amministrazione
Finanziaria aveva già affi-dato nel 1844, come si e' detto, ai due
ingegneri Noè e Fagnani una sorta di verifica della fattibilità
di «derivare un Naviglio dal fiume Po presso Crescentino, il quale
traversan-do l'agro Vercellese, porti il beneficio della irrigazione nelle
vaste regioni tuttora asciutte delle Provincie di Novara e Lomellina».
Incarico pressoché identico venne anche affidato ad una Commissione
di quattro ingegneri (Pietro Bosso, Carlo Noè, Ignazio Michela e
Mercalli).
Le conclusioni della
verifica furono anticipate in una relazione di Noè dello stesso
1844, in cui concorda piena-mente con le ipotesi di Francesco Rossi, alla
luce delle verifiche altimetriche e delle livellazioni tra il punto di
presa, in territorio di Crescentino e il fiume Sesia, concludendo entusiasticamente:
«la magnifica opera, di cui si tratta non avrà altra di simil
genere in Europa, che gli potrà star a fron-te: e la sua formazione
segnerà l'epoca la più fortunata nella storia dei miglioramenti
procurati all'agricoltura ed al commercio dall'augustissima e beneficentissima
Reale Casa di Savoja ai suoi ognora felicitati sudditi».
La spesa prevista per
la nuova opera, secondo il preventivo di massima, assommava a 10 milioni
di lire.
In questa relazione era
previsto l'utilizzo del nuovo canale anche per la navigazione, oltre che
per l'irrigazione e veniva ipotizzato un risparmio sui costi di trasporto
delle derrate tra Torino e Milano (attraverso il Po, il nuovo cana-le,
il Ticino e il Naviglio Grande), tale da compensare le spese annue di manutenzione
del canale stesso.
Nella relazione successiva,
del 1845, sottoscritta da tutti i membri della Commissione incaricata di
verificare il pro-getto Rossi (8) veniva suggerita l'opportunità
di spostare la presa del canale più a monte nel Po, e ciò
con il duplice scopo di evitare i perturbamenti idraulici alla presa del
canale che potrebbero derivare dall'immediata vicinanza dell'immissione
della Dora Baltea in Po, e contemporaneamente avere un punto di partenza
del canale a quota più elevata e quindi di maggior garanzia per
avere una giusta pendenza del tracciato del canale verso il Sesia.
Infine, dalla relazione
Noè e Fagnani del 1846 si evince che la soluzione ottimale per la
nuova derivazione doveva essere individuata nella sezione del Po posta
a circa 550 metri a valle della confluenza della Dora nel Po.
Gli stessi ingegneri
presentarono una stima preventiva delle spese occorrenti per la realizzazione
del canale, datata 25 agosto 1846, assommante a 8.878.886 lire.
Le vicende belliche e
politiche del 1848 interruppero bruscamente il dibattito nel frattempo
sorto tra fautori e oppositori del progetto.
Superate le vicissitudini
della prima guerra di indipendenza, il conte Camillo di Cavour; Ministro
dell'Agricoltura e del Commercio, affidò, nel 1853, proprio al Noè
l'incarico ufficiale di esaminare il progetto Rossi e di riferirne allo
stesso Cavour; per l'esperienza nel frattempo maturata dal Noè sull'argomento
e per la sua conoscenza dei precedenti progetti.
Sembra opportuno a questo
punto fare un breve cenno alla figura dell'ing. Carlo Noè, il vero
artefice del canale Cavour.
Dipendente dell'Azienda
Generale delle Regie Finanze dal 1838, Carlo Noè fu Ispettore Ingegnere
e Direttore Generale Tecnico dell'Ufficio dei Regi Canali nel periodo cruciale
della progettazione e poi della costruzione del grande canale. Nel momento
in cui gli venne affidata la progettazione esecutiva del canale (1853)
aveva acquisito una notevole esperienza nella direzione tecnica della rete
di canalizzazione; non stupisce il fatto che, tenuto conto del-l'alto livello
professionale ed operativo dei componenti l'Ufficio, Camillo Cavour nel
momento in cui intravvide la possibilità di realizzazione concreta
del grande canale abbia affidato proprio a lui, uomo di sua fiducia e con
alle spalle l'efficiente organizzazione statale, la progettazione esecutiva
e la realizzazione, forse facendo con ciò torto al più modesto
ma geniale Francesco Rossi, che certo non aveva titoli né disponeva
di strutture adeguate.
Durante la 2a guerra
di indipendenza (1859) fu Noè che progettò e mise in atto
un ardito disegno per fermare l'a-vanzata degli austriaci verso Torino:
facendo aprire tutte le paratoie dei canali del Vercellese allagò
l'intero territorio tra Sesia e Dora Baltea, gettando l'esercito austriaco
nel disorientamento e nella confusione e provocandone la rapi-da ritirata
(10).
Le osservazioni presentate
dal Noè nella relazione non datata, ma collocabile nel 1854, citata
(11), furono sostanzialmente favorevoli alla scelta del fiume Po come fonte
alimentatrice sia per il potere fertilizzante delle sue acque sia per la
sicurezza durante tutto l'arco dell'anno delle sue dotazioni. Qualche perplessità
espresse sull'individuazione del punto di presa a Crescentino, determinata
soprattutto dall'osservazione che portando la derivazione dal Po più
a monte del punto indicato si sarebbe potuto far godere dei benefici dell'irrigazione
una superficie maggiore di territorio vercellese e poi novarese, situata
a nord della linea del canale prima indicata. Inoltre l'innalzamento verso
nord del tracciato avrebbe permesso, secondo l'ing. Noè, l'utilizzazione
delle acque delle rogge Mora, Busca e Biraga che, derivate dal Sesia più
a nord, potevano essere distribuite per l'irrigazione dell'altipiano novarese,
mentre i tratti di alveo delle suddette rogge posti a sud potevano poi
essere utilizzati per convogliare le acque di Po del nuovo canale verso
il Basso Novarese e la Lomellina. Infine, osservava il Noè, la costruzione
del nuovo canale oltre a recare un notevole vantaggio all'agricoltura avrebbe
costituito «un mezzo validissimo di difesa strategica in caso di
guerra», quasi presentendo l'evento di cui si è detto poco
sopra, effettivamente verificatosi durante la seconda guerra di indipendenza.
Nell'ipotesi formulata
di spostare la derivazione del Po a monte di Crescentino il Noè
individuava Chivasso come possibile sito, in quanto nel tratto di Po compreso
tra Chivasso e Torino si incontrano ben quattro torrenti che si immettono
nel fiume e che avrebbero creato grosse difficoltà idrauliche alla
costruzione di una traversa di derivazione.
Chivasso dunque risultò
la soluzione vincente: con legge 25 agosto 1862 finalmente venne deliberata
la costru-zione e l'esercizio del canale, con derivazione dal Po in quel
territorio; con la stessa legge al nuovo acquedotto venne dato il nome
di canale Cavour.
La derivazione fu dunque
fissata in sponda sinistra del fiume Po, a circa 400 metri a valle del
ponte per la strada «postale» Torino-Casale, mediante una chiusa
normale all'asse longitudinale del fiume.
La costruzione del canale
La forma scelta per il
finanziamento dell'opera, per la quale era prevista una spesa salita nel
frattempo a 80 milio-ni di lire, fu quella dell'affidamento, tramite concessione,
dell'esecuzione dei lavori e dell'esercizio del canale stesso ad una Società
di finanzieri francesi e inglesi per un periodo di 50 anni.
In realtà la scelta
fatta non aveva risolto tutti i problemi: già poco tempo dopo l'entrata
in funzione la fonte alimenta-trice costituita dal Po venne riconosciuta
insufficiente, soprattutto durante la stagione estiva, e fu pertanto deciso
di integrarla con acque di Dora Baltea. L’integrazione fu realizzata con
la costruzione, nel 1868, di un breve canale, il canale Farini, che congiungeva
appunto la Dora al canale Cavour.
Tralasciando le vicende
giuridiche e finanziarie che caratterizzarono la costituzione, l'attività
e il fallimento della Compagnia Generale dei Canali d'Irrigazione Italiani
(Canali Cavour), l'organismo in origine creato dai finanzie-ri francesi
e inglesi per la gestione di questo grande «affare» - vicende
che meriterebbero di costituire argomento di apposito studio - si vuole
qui brevemente accennare all'organizzazione e alla conduzione dei lavori.
Considerata la lunghezza
dell'asta del canale (km 82,330), la sezione (40 metri nel tronco iniziale
e che va riducendosi fino a 20, dal km 8,5 al km 62 e ulteriormente nella
parte finale) e la portata prevista (110 m3/s, di cui 90 destinati all'Est
Sesia), si ritenne indispensabile la creazione di molteplici cantieri di
lavoro lungo tutto l'asse del medesimo per favorire la realizzazione contemporanea
dei manufatti. Anche l'organizzazione esecutiva del personale venne dimensionata
e gestita di conseguenza.
In particolare, il personale
Tecnico Dirigente, alle dipendenze della Direzione Generale Tecnica della
Compagnia, a Torino, era suddiviso in 4 Ispezioni, ciascuna delle quali
sovrintendeva a due Riparti; tali Ispezioni erano così delimitate:
la prima dal Po alla Dora Baltea; la seconda dalla Dora Baltea al Cervo;
la terza dal Cervo al Sesia; infine l'ultima dal Sesia al Ticino.
A capo di ogni Ispezione
vi era un Ispettore il quale aveva alle sue dirette dipendenze un ingegnere
aggiunto ed un aiutante ingegnere. Agli Ispettori veniva attribuita una
molteplicità di incarichi che andavano dall'alta sorveglianza della
costruzione del canale all'attenta vigilanza che venissero seguite le istruzioni
della Direzione Generale Tecnica, sia nelle modalità di realizzazione
che nella scelta dei materiali; dagli studi riguardanti l'esercizio del
nuovo canale all'assistenza per le pratiche relative alle espropriazioni
dei terreni; dalla verifica dei tracciamenti alla provvista, da farsi con
particolare oculatezza, della quantità di materiale e forza-lavoro
operaia sufficiente all'entità delle opere richieste e altro ancora.
Ciascun riparto, invece,
era diretto da un ingegnere (detto «di Riparto») al quale sottostavano
i misuratori e la manovalanza operaia. Ai suddetti responsabili spettava
la concreta e costante sovrintendenza delle opere, rilevando piani e stilando
profili; preoccupandosi che i materiali di ogni genere fossero verificati
e collaudati, visitando, poi, settimanalmente i cantieri di fabbricazione
dei laterizi e ove del caso, provvedendo anche al licenziamento del personale
assistente ed operaio riconosciuto inabile o turbolento (12).
Infine, solo per accennare
rapidamente ai «mezzi d'opera» utilizzati lungo la linea del
canale, va ricordato che, oltre agli otto cantieri di costruzione, altri
quattordici erano i depositi di «considerevoli approvvigionamenti»,
nei quali si trovavano «le masse di materiali da costruzione»
(legnami, pietre da taglio, massi di roccia e ciottoloni, ferro di fucina,
calce idraulica, pozzolana e altri ancora) ed altresì un considerevole
numero di macchine, utensili e materiali di riserva, lasciati in deposito
dall'Impresa costruttrice.
Per approvvigionare i
cantieri di laterizi vennero realiz-zate ben 76 fornaci, che provvidero
alla produzione dei 120 milioni di mattoni utilizzati per la costruzione
del canale.
I massi di roccia, nella
quantità di 59.000 metri cubi, vennero estratti dalle colline dirimpetto
alla derivazione del canale a Chivasso.
A tutti gli effetti l'imponenza,
il prestigio, il valore di un'opera di tal portata non potrebbero essere
correttamente valutati se non si volgesse almeno uno sguardo complessivo
a quell'assetto strutturale, sopra accennato, che ne costituì il
nerbo portante e ne rese possibile l'attuazione avvalendosi, peraltro,
di una forza-lavoro operaia, distinta in specifici ruoli, pari alle 14.000
unità giorno.
1112 aprile 1866, a meno
di tre anni dalla posa della prima pietra, a Chivasso il principe Eugenio
di Savoia Carignano procedeva alla solenne inaugurazione del nuovo canale,
alla presenza dei Ministri dell'Agricoltura e delle Finanze e di molte
altre autorità civili e militari.
Il settimanale milanese
«L’emporio pittoresco» del 19 maggio 1866 così descrive
la cerimonia: «In mezzo al canale stava eretto un suntuoso ed elegante
padiglione sotto cui si compievano i riti solenni. Ad un tratto il Principe
dato di piglio ad una manovella, mosse il primo giro e, aperte le bocche,
l'acqua si precipitò fragorosa nel nuovo sbocco apertole fra il
raddoppiar delle grida di gioia e lo sparo di morta retti».
Trovava in tal modo compimento
il più grande canale d'irrigazione in Italia.
Nel ventennio intercorso
tra la sua prima progettazione e la sua ultimazione molti mutamenti si
erano verificati nella situazione politico-economica del Paese: tra i più
significativi si ricorda il compimento dell'unificazione d'Italia e la
conseguente trasformazione del Piemonte da realtà statale a realtà
regionale; inoltre nello stesso anno (1861) era venuto a mancare il conte
Camillo Cavour, figura di primissimo piano nel processo di sviluppo dell'agricoltura
italiana, vero centro propulsore delle realizzazioni irrigue piemontesi
(11).
Si può pertanto
affermare che i tempi maturi per la realizzazione del progetto coincisero
con un momento particolarmente felice, e mai più ripetuto, per l'agricoltura
piemontese: il canale Cavour può dunque essere considerato un'opera
straordinaria resa possibile dalla capacità dell'ingegno umano,
dalle conquiste del progresso tecnologico e dall'imperscrutabile cammino
della storia.
Conclusioni
A 130 anni dalla sua costruzione,
l'importanza del canale Cavour non è certo venuta meno; anzi, è
notevolmente aumentata, grazie alle sempre maggiori possibilità
di integrazione idrica consentita dagli allacciamenti con i canali derivati
dalla Dora Baltea, dal Sesia e dal Ticino nel frattempo costruiti e che
consentono oggi di raccogliere, convogliare e distribuire in forma razionale
e coordinata l'intero flusso d'acqua che discende dall'ampio arco alpino
centro-occidentale compreso tra la Val Varaita e il passo di San Bernardino.
Il canale Cavour si presenta
quindi, anche per il futuro, come una grande struttura d'interconnessione
idrica indi-spensabile per far fronte al crescente fabbisogno d'acqua,
non solo irriguo, dei vasti territori della Pianura Padana occidentale
che, direttamente o indirettamente, possono beneficiare del suo fondamentale
apporto.
NOTE
1 Brevetto di Carlo Alberto,
29 ottobre 1842, in copia autentica, in Archivio Storico dei Canali Cavour
(d'ora in avanti ASCC), pos. 2, fasc. 180
2 T. BERTONE DA CAVAGLIÀ,
Discorso primo per assicurare per sempre l’imboccatura e corso del naviglio
da Ivrea a Vercelli; Torino 1633
3 C. NOÈ, "La
natura i provvida in tutto [....]", s.d., ni firma, in ASCC, pos. 2, fasc.
180.
4 Ibidem.
5 In realtà la
relazione al progetto di legge per la costruzione del canale parla degli
studi compiuti dal Rossi tra il 1844 e il 1846, ma il figlio, nel volumetto
citato più avanti, indica come anno di inizio dei rilievi il 1842.
6 A. ROSSI, Francesco
Rossi ed il Canale Cavour. Rivelazioni stonibe, Torino 1870.
7 C. NOÈ, Progetto
di derivazione di un Naviglio dal Po. Relazione, 21 settembre 1844, ms.,
in ASCC, pos. 2, fasc. 180.
8 P. BOSSO - C. NOÈ
- I. MICHELA - G. MERCALLI, Sulla ricognizione del profilo fatto dallo
sbocco della Dora Baltea e Pv alla Sesia sopra Oldenico. Relazione, 1 luglio
1845, ms., in ASCC, pos. 2, fasc. 180.
9 C. NOÈ - E.
FAGNANI, Per lo stabilimento del punto di presa e delle migliori condizioni
da darsi all'edificio di imbocco - Relazione, 9 febbraio 1846, ms., in
ASCC, pos. 2, fasc. 180.
10 C. NOE, Relazione
circa le inondazioni artificiali fra la Sesia e la Dora Baltea prodotte
con le acque dei canali demaniali [....], 1859, in ASCC, Atti Patrimoniali,
n. 3410.
ti C. NOÈ, "La
natura è provvida in tutto [....]", cit.
12 Regolamento pel Servizio
del Personale Tecnico Esterno, applicato alla costruzione del canale Cavour,
Torino 1863.
13 In proposito, si deve
anche ricordare il contributo determinante del conte Camillo Cavour per
la nascita dell'Associazione d'Irrigazione dell'Agro all'Ovest della Sesia
di Vercelli (1853).
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