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2.
Appunti sulla storia del popolamento e delle strutture insediative nel
paesaggio del Chivassese.
2.1
Origini: interrogativi senza risposta?
Popolamento ed insediamenti
nel Chivassese hanno una storia non molto dissirnile da quelle di altre
parti del Piemonte ubicate a cavallo di un fiume e divise tra pianura e
collina. Come succede spesso, la posizione geografica e le caratteristiche
orografiche del territorio hanno un peso determinante nell'accrescimento
dell'uno e nell'espansione spaziale degli altri. Vedremo ora con più
dettagli, gli accadimenti che hanno preceduto, seguito, orientato, messo
in crisi o favorito il popolamento e insediamenti nella nostra subarea.
Quali siano state
le origini del popolamento del Chivassese rimane un interrogativo al qual
forse sarà sempre difficile dare una risposta. E' probabile
che l'uomo abbia fatto la sua comparsa in questi luoghi provenendo dalle
regioni sud-occidentali del Piemonte guidato dai corsi del Tanaro e del
Po, a quei tempi più gonfi d'acqua e regolari di quanto siano oggi.
Pochissime e labili le tracce lasciate dagli avventurosi conquistatori
che, crescendo di numero, si disperdono, riuniti in famiglie e tribù,
.accampandosi nei boschi ricoprenti la zona. Perfino la leggendaria Bodincomago
è tutt'oggi avvolta nel mistero: se certa ne è l'esistenza,
non altrettanto può dirsi del sito dove era collocata, della
sua consistenza, della vita che vi si svolgeva. Era una città, oppure
un luogo di periodico ritrovo delle genti in destra Po per esercitarvi
lo scambio dei loro prodotti, i rituali religiosi, le adunanze di pace
o di guerra? Eppure, riferendosi a Bodincomago già ci si trova in
periodi non remotissimi: pochi secoli prima di Cristo, quando i gallo-celti
sorpassano le Alpi e irrompono nella pianura Padana frammischiandosi ai
popoli che l'abitano. Sui secoli che precedono l'invasione e l'occupazione
dei romani si addensano pertanto le ombre di arcani insoluti, di risposte
sospese, ai quali gli studiosi non possono attendere anche a causa degli
scarsi reperti di cui dispongono.
L'arrivo dei Romani
e la loro permanenza nella zona individuano un momento cruciale nella storia
del suo popolamento. Da questo punto in poi le notizie si fanno
Meno vaghe in alcuni
periodi, sono inesistenti o sfocate nell'incertezza delle congetture e
delle interpretazioni in altri; ma non mancano neppure le testimonianze
oculari a sono le scoperte archeologiche, i documenti scritti e la lettura
diretta del territorio a offrire un valido aiuto nelle ricostruzioni che
ci apprestiamo a fare. Per comodità espositiva divideremo la storia
sull'origine del popolamento e degli insediamenti in quattro fasi:
1) dall’epoca romana
all'Alto Medioevo
2) Alto Medioevo
3) Basso Medioevo
fino al secolo XV;
4) dal XVI al XVlll
secolo.
2.2
Dall'epoca romana all'Alto Medioevo.
La prima fase risale
all'epoca dell'occupazione romana. Il dominio sul Piemonte è per
i Romani un obbiettivo
irrinunciabile:
definite le vie e costruite le strade per le Gallie bisogna ad ogni costo
garantire la sicurezza; i passi alpini attraverso le valli di Susa e d'Aosta
devono essere raggiunti e tenuti aperti contro popoli vinti ma non domi
pronti ad ogni occasione ad intralciare i movimenti delle truppe e i commerci
degli occupanti. L'apparato organizzativo romano vi provvede con l'accuratezza
che gli è consueta. Catene di mansiones e di stationes, disposte
a grano di rosario lungo le strade principali, rispondono a quelle finalità.
Presidi armati, depositi di vettovaglie (horrea publica), allevamenti di
cavalli e, più tardi, piccoli commerci legati soprattutto al movimento
di truppe in transito o all'insediamento di veterani in punti strategici,
caratterizzano il popolamento in questa fase.
La colonizzazione
romana nella zona si fonda perciò, essenzialmente, sull'esigenza
di favorire il popolamento in alcuni punti situati lungo le direttrici
di traffico internazionale per bloccare il nomadismo e controllare le popolazioni
locali. Altra esigenza è l’intreccio di rapporti commerciali (non
disgiunti da controlli militari, come nel caso di Industria), tesi al rifornimento
e, ancor più, all'innalzamento del tenore di vita dei popoli sottomessi,
fattore indispensabile per una pacifica romanizzazione dei territori di
nuovo acquisto.
Spesso gli uomini
di presidio delle mansiones e delle statìones (vere e proprie milizie
cui è affidato l'ordine pubblico in determinate zone) sono mercenari
arruolati tra i popoli barbarici soggiogati (bulgari, alemanni, sarmati,
ecc.). Le genti locali più irrequieti vengono cacciate e contenute
ai margini delle fasce di sicurezza istituite ai lati delle vie di comunicazione
più importanti e destinate a unire tra loro i centri principali.
Dove possibile si istituiscono vere e proprie aree di rifugio, opportunamente
appartate e isolate: nel Canavese, a occidente della strada da Augusla
Taurinorum ad Eporedia; nelle Langhe, tra Tanaro e Bormida di Spigno; forse
nello stesso Monferrato, a sud del Po.
La popolazione del
Chivassese, scarsa come in genere nel Piemonte, è dedita all'agricoltura
e alla pastorizia e conserva durevolmente una spiccata inclinazione all'indipendenza,
procurando non poche noie agli invasori. Boschi e paludi ricoprono gran
parte della pianura ed estesissime sono le selve nella collina e ai lati
del Po: qua e là sono ampie superfici a pascoli.
Superate le iniziali
difficoltà e vinte le resistenze più tenaci, anche i locali
cominciano raccogliersi a poco a poco attorno ed entro i luoghi di presidio
eretti dai romani.
E’ tuttavia presumibile
che si sia trattato di un'operazione molto lenta e difficile, limitata
a pochi luoghi particolarmente favoriti dalla posizione geografica. Nel
Chivassese si hanno notizie certe di Industria, mansio secondo certuni,
civitas secondo altri, ubicata sulla destra del Po, quasi dirimpetto a
Quadrata, una statio da cui si distaccava la strada per Eporedia sulla
riva destra della Dora Baltea. Industria è nota per la dovizia di
reperti archeologici venuti alla luce da due secoli a questa parte. La
presenza di un anfiteatro, sebbene di modeste dimensioni, farebbe supporre
che ad Industria fossero riservate funzioni di centro di servizi nei confronti
delle popolazioni dell’interno collinare. Industria era inoltre centro
di produzione di manufatti industriali: il bronzo, il ferro, l'argilla,
vi erano lavorati con discreta raffinatezza, smerciati o scambiati per
largo raggio attorno. Un servizio portuale univa Industria con Quadrata
e con le strade per Eporedia e da Augusta Taurinorum a Vercellae ed a Papia
(Pavia) in sinistra Po ; secondaria era la strada in destra Po da Augusta
Taurinorum
a Industria e Pontestura,
dov'era un ponte sul Po di collegamento con la strada di Pavia. Tra Industria
e Clebaxium (Chivasso) il Po era normalmente percorso da natanti.
In epoca più
tarda la statio di Clebaxium diventa punto di irradiamento di strade: acquista
rilevanza, tra queste, la via che unisce Torino a Vercelli, forse con ponte
sulla Dora Baltea tra Porcaricium, presso Torrazza Piemonte, e Salugia
(Saluggia): le stationes ad Septimum (Settimo Torinese) e ad Decimum (Brandizzo)
alla confluenza dell'Orco nel Po, sono intermedie nel tratto da Clebaxium
ad Augusta Taurinorum. Altra strada, che va però perdendo importanza,
è la diretta per Papia attraverso Ceste (Crescentino), Rigomagus
(Trino vecchio), Cuttiae, Laumellum, e infine la strada da Clebaxium a
Rivarolo e alla valle dell'Orco sulla sinistra dell'omonimo torrente. quest'ultima
via, forse addirittura precedente l'invasione romana, serviva alla transumanza
delle greggi dalla collina e dalla pianura agli alpeggi alpini. Sempre
in questo torno di tempo si rilevano i nomi dei vici di Ubilianum e Castanetum
in destra Po, di Dulfia, Fornallo, Vighisulfia (poi scomparsi), Vulpianum,
Fructuaria, Villalunga Mon-tanarium, Fulgitium in sinistra Po.
Parecchi dubbi sussistono
sull'effettiva consistenza degli insediamenti dell'epoca:
raggruppamenti di
capanne o, al più', piccoli campi trincerati con pochi edifici desti-nati
ai presidi militari. Sembra comunque sicuro che, fatte le debite proporzioni
con la popolazione della regione, gli abitanti non fossero più di
alcune migliaia (5-7 mila): si era all'inizio dell'era volgare e costoro
accudivano prevalentemente alla coltivazione della terra, forse per "campi
chiusi" come nell'uso dei coloni romani ai campi e ai vigneti, raccolti
attorno ai rari nuclei insediativi, si alternavano i pascoli promiscui,
i boschi, le foreste, pur sempre estesissime sulle rive dei fiumi e dei
torrenti e nelle impervie aree collinari.
2.3
Alto Medioevo.
Fin dal Basso Impero
romano i boschi e i pascoli riprendono ad espandersi ovunque. Il fenomeno
interessa gran parte delle terre dell'Impero, in lento dissolvimento sotto
la spinta delle crisi interne, politiche ed economiche Le guerre
tra opposte fazioni e le invasioni barbariche aumentano i disagi e l'insicurezza
delle popolazioni.
Il territorio del
Chivassese, all'incrocio di tradizionali itinerari sulle vie delle Alpi,
non va esente da pericoli che coinvolgono interessi più ampi.
Già nel IV
secolo Industria è incendiata e, sembra, completamente distrutta.
Una sorte non molto diversa dovette essere riservata alle stationes e a
parecchi vici sia della pianura sia della collina. I ruderi della romanità
echeggiano la facciata di un mondo che va scomparendo. Soppressi, per fatti
di guerra o ribellione, i presidi militari, ridotta in rovina l'unica civitas
della zona, le popolazioni - prese dal panico - cercano un rifugio sicuro
nell'oltre Po, nelle parti aspre e selvagge dell'interno colli-nare o nei
punti elevati della dorsale e dei poggi sovrastanti il fiume. I lucus di
Brusasco e Cavagnolo, la tondeggiante altura di Torre del Greppio (Monteu
da Po), i bric di S. Raffaele e Castanetum, i poggi di Verruca e Ubilianum,
sono luoghi sufficien-temente nascosti, e al tempo stesso ottimi punti
di osservazione, dove gli scampati si riuniscono in attesa di momenti migliori.
Questi momenti, però, dovranno tardare parecchio: secoli di paure,
di grandi affanni, di violenze, alternate a brevi pause di speranze presto
deluse. Allevamento e caccia ridiventano le attività prevalenti
di queste popolazioni; poche e ristrette pezze di terra sono tenute a campi
di erba, quel tanto che occorre per vivere. Il paesaggio agrario torna
indietro di secoli.
Soltanto le strade
principali sono conservate con qualche cura: longobardi e franchi, specialmente,
dispongono per la loro manutenzione ed i secondi provvedono addirit-tura
ad aprire nuovi tracciati sulle Alpi. Le strade tornano comode per il passaggio
degli eserciti e dei pellegrini che dalla Francia, dalla Spagna, dal nord-ovest
europeo vanno a Lucca, a Roma, sul Gargano.
Nel Chivassese gli
itinerari più frequenti sono quelli della via Francisca, dalla ValÌe
Susa a Torino, Chivasso, Vercelli, Pavia; della strata Mazenga da Quadrata
a Quadratone (Carrone presso Strambino), Eporegia (Ivrea) e Valle d'Aosta
lungo la Dora Baltea; della via Levata da Clevaxium a Calusio ed Eporegia;
della via delle greggi, da Clevaxium a Montanario, Corteregio, Riparolio
per gli alpeggi delle valli dell'Orco e Soana.
Quest'ultima via
serve alle greggi transumanti dell'abbazia di Lucedio; servirà più
avanti (nel secolo XI e oltre) alle greggi dei monaci dell'abbazia di Fruttuaria.
Intorno al sec.
VIII, durante l'occupazione langobarda, sorgono i primi castelli (castra),
le curtes; si diffondono le pievi e si costruiscono hospitales per i pellegrini.
Nelle curtes si
riuniscono i contadini, servi di un signore che a compenso del lavoro assicura
l'immunità della persona: all'ombra del castello (castrum Langobardorum,
castrum Burgonum e, inoltre, i castelli che al di qua e al di là
del Po costelleranno, ancora nel xv secolo, il territorio), guardia e denuncia
di un potere incondizionato, la vita nelle curtes procede apparentemente
serena, nella miseria di un'età senza sbocchi né brividi
all'infuori della fatica di vivere. Le poche pievi rappresentano il simbolo
di uno spazio temporale ad una scala diversa, su cui si fondano le speranze
dei servi: sono la plebs Saneti Petri di Brusasco, del V-VI secolo, e quel]e
più recenti di Dustiae (Monteu da Po), Martori (S. Pietro di Naviliano
a S. Sebastiano Po, citata in documento del 999), Sancti Petri di Gassino
e di Settimo Torinese, di Nostra Si-gnora dell'Isola a Montanaro. Alle
pievi, spesso situate fuori dalle curtes, affluiscono gli abitanti della
campagna per i sacramenti, i riti e l'istruzione religiosa; riunendosi
imparano anche a conoscersi, a confrontare le proprie condizioni, a capire
che non son soli a soffrire e che debbono sperare in una giustizia più
vera, più umana. Nelle pievi si compiono i primi atti di una communio
che darà i suoi frutti fecondi tre secoli dopo.
Nel X secolo vengono
le incursioni dei saraceni da ovest, degli ungari da est. Mentre, però,
il Piemonte occidentale e meridionale e le parti orientali sono sottoposti
alla audace pressione di quelle bande, che incutono terribili paure alle
popolazioni inermi e ai monasteri, preda preferita degli assalti saraceni,
la zona del Chivassese non ne è coinvolta direttamente. Le minacce
continue, la rapidità con cui si effettuano assalti e saccheggi,
costringono vescovi, principi, popolazioni, ad assumere iniziative per
provvedere ad opere difensive capaci di contrastare gli invasori. Scrive
il Cognasso:
“Sono i vescovi che
assumono l'onere delle costruzioni, sono i principi che autorizzano le
costruzioni e concedono privilegi fiscali; sono gli abitanti delle città
che lavorano a]le costruzioni e pretendono compensi duraturi nella organizzazione
della città. Così nelle campagne sorgono castelli, rifugi
dove le popolazioni nel bisogno si raccolgono con le loro bestie e cose,
creando nuovi tipici centri di attività rurali e civili”.
Nei sei secoli che
corrono dal V d.C. fino alle soglie dell'XI si pongono le basi del popolamento
e degli insediamenti dei secoli seguenti: un travaglio lentissimo che
pro-duce innovazioni altrettanto lente e difficili nel paesaggio, radicato
alla prevalenza dei fattori naturali su quelli costruiti dall'uomo. Sconvolto
alle radici il paesaggio dell'età romana (restano, forti, i caposaldi
delle città principali, matrici dei prossimi comuni urbani), gli
uomini faticano a riportarvi l'equilibrio tra le varie componenti:
pochi, divisi da percorsi
spesso impraticabili e quasi sempre insicuri, rintanati nelle curtes e
nei castra, succubi dell'ignoranza e delle superstizioni, esprimono in
quel paesaggio disadorno la povertà dell'epoca.
Qualcosa, tuttavia,
si è mosso nella morta palude della vigilia del nuovo millennio.
E anche il Chivassese
si produrrà molto presto in uno sforzo fecondo di grandi novità.
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