ROTARY CLUB
CHIVASSO
Distretto 2030 R.I.

IL CHIVASSESE ATTRAVERSO
I SECOLI
(PARTE I)

                         .
                                   .HOMEPAGE
 
 

2. Appunti sulla storia del popolamento e delle strutture insediative nel paesaggio del Chivassese.

2.1 Origini: interrogativi senza risposta?

Popolamento ed insediamenti nel Chivassese hanno una storia non molto dissirnile da quelle di altre parti del Piemonte ubicate a cavallo di un fiume e divise tra pianura e collina. Come succede spesso, la posizione geografica e le caratteristiche orografiche del territorio hanno un peso determinante nell'accrescimento dell'uno e nell'espansione spaziale degli altri. Vedremo ora con più dettagli, gli accadimenti che hanno preceduto, seguito, orientato, messo in crisi o favorito il popolamento e insediamenti nella nostra subarea.
Quali siano state le origini del popolamento del Chivassese rimane un interrogativo al qual forse sarà sempre difficile dare una risposta. E'  probabile che l'uomo abbia fatto la sua comparsa in questi luoghi provenendo dalle regioni sud-occidentali del Piemonte guidato dai corsi del Tanaro e del Po, a quei tempi più gonfi d'acqua e regolari di quanto siano oggi. Pochissime e labili le tracce lasciate dagli avventurosi conquistatori che, crescendo di numero, si disperdono, riuniti in famiglie e tribù, .accampandosi nei boschi ricoprenti la zona. Perfino la leggendaria Bodincomago è tutt'oggi avvolta nel mistero: se certa ne è l'esistenza, non  altrettanto può dirsi del sito dove era collocata, della sua consistenza, della vita che vi si svolgeva. Era una città, oppure un luogo di periodico ritrovo delle genti in destra Po per esercitarvi lo scambio dei loro prodotti, i rituali religiosi, le adunanze di pace o di guerra? Eppure, riferendosi a Bodincomago già ci si trova in periodi non remotissimi: pochi secoli prima di Cristo, quando i gallo-celti sorpassano le Alpi e irrompono nella pianura Padana frammischiandosi ai popoli che l'abitano. Sui secoli che precedono l'invasione e l'occupazione dei romani si addensano pertanto le ombre di arcani insoluti, di risposte sospese, ai quali gli studiosi non possono attendere anche a causa degli scarsi reperti di cui dispongono.

L'arrivo dei Romani e la loro permanenza nella zona individuano un momento cruciale nella storia del suo popolamento. Da questo punto in poi le notizie si fanno
Meno vaghe in alcuni periodi, sono inesistenti o sfocate nell'incertezza delle congetture e delle interpretazioni in altri; ma non mancano neppure le testimonianze oculari a sono le scoperte archeologiche, i documenti scritti e la lettura diretta del territorio a offrire un valido aiuto nelle ricostruzioni che ci apprestiamo a fare. Per comodità espositiva divideremo la storia sull'origine del popolamento e degli insediamenti in quattro fasi:
1) dall’epoca romana all'Alto Medioevo
2) Alto Medioevo
3) Basso Medioevo fino al secolo XV;
4) dal XVI al XVlll secolo.
 

2.2 Dall'epoca romana all'Alto Medioevo.

La prima fase risale all'epoca dell'occupazione romana. Il dominio sul Piemonte è per i Romani un obbiettivo 
irrinunciabile: definite le vie e costruite le strade per le Gallie bisogna ad ogni costo garantire la sicurezza; i passi alpini attraverso le valli di Susa e d'Aosta devono essere raggiunti e tenuti aperti contro popoli vinti ma non domi pronti ad ogni occasione ad intralciare i movimenti delle truppe e i commerci degli occupanti. L'apparato organizzativo romano vi provvede con l'accuratezza che gli è consueta. Catene di mansiones e di stationes, disposte a grano di rosario lungo le strade principali, rispondono a quelle finalità. Presidi armati, depositi di vettovaglie (horrea publica), allevamenti di cavalli e, più tardi, piccoli commerci legati soprattutto al movimento di truppe in transito o all'insediamento di veterani in punti strategici, caratterizzano il popolamento in questa fase.
La colonizzazione romana nella zona si fonda perciò, essenzialmente, sull'esigenza di favorire il popolamento in alcuni punti situati lungo le direttrici di traffico internazionale per bloccare il nomadismo e controllare le popolazioni locali. Altra esigenza è l’intreccio di rapporti commerciali (non disgiunti da controlli militari, come nel caso di Industria), tesi al rifornimento e, ancor più, all'innalzamento del tenore di vita dei popoli sottomessi, fattore indispensabile per una pacifica romanizzazione dei territori di nuovo acquisto.
Spesso gli uomini di presidio delle mansiones e delle statìones (vere e proprie milizie cui è affidato l'ordine pubblico in determinate zone) sono mercenari arruolati tra i popoli barbarici soggiogati (bulgari, alemanni, sarmati, ecc.). Le genti locali più irrequieti vengono cacciate e contenute ai margini delle fasce di sicurezza istituite ai lati delle vie di comunicazione più importanti e destinate a unire tra loro i centri principali. Dove possibile si istituiscono vere e proprie aree di rifugio, opportunamente appartate e isolate: nel Canavese, a occidente della strada da Augusla Taurinorum ad Eporedia; nelle Langhe, tra Tanaro e Bormida di Spigno; forse nello stesso Monferrato, a sud del Po.
La popolazione del Chivassese, scarsa come in genere nel Piemonte, è dedita all'agricoltura e alla pastorizia e conserva durevolmente una spiccata inclinazione all'indipendenza, procurando non poche noie agli invasori. Boschi e paludi ricoprono gran parte della pianura ed estesissime sono le selve nella collina e ai lati del Po: qua e là sono ampie superfici a pascoli.

Superate le iniziali difficoltà e vinte le resistenze più tenaci, anche i locali cominciano raccogliersi a poco a poco attorno ed entro i luoghi di presidio eretti dai romani.

E’ tuttavia presumibile che si sia trattato di un'operazione molto lenta e difficile, limitata a pochi luoghi particolarmente favoriti dalla posizione geografica. Nel Chivassese si hanno notizie certe di Industria, mansio secondo certuni, civitas secondo altri, ubicata sulla destra del Po, quasi dirimpetto a Quadrata, una statio da cui si distaccava la strada per Eporedia sulla riva destra della Dora Baltea. Industria è nota per la dovizia di reperti archeologici venuti alla luce da due secoli a questa parte. La presenza di un anfiteatro, sebbene di modeste dimensioni, farebbe supporre che ad Industria fossero riservate funzioni di centro di servizi nei confronti delle popolazioni dell’interno collinare. Industria era inoltre centro di produzione di manufatti industriali: il bronzo, il ferro, l'argilla, vi erano lavorati con discreta raffinatezza, smerciati o scambiati per largo raggio attorno. Un servizio portuale univa Industria con Quadrata e con le strade per Eporedia e da Augusta Taurinorum a Vercellae ed a Papia (Pavia) in sinistra Po ; secondaria era la strada in destra Po da Augusta Taurinorum
a Industria e Pontestura, dov'era un ponte sul Po di collegamento con la strada di Pavia. Tra Industria e Clebaxium (Chivasso) il Po era normalmente percorso da natanti.
In epoca più tarda la statio di Clebaxium diventa punto di irradiamento di strade: acquista rilevanza, tra queste, la via che unisce Torino a Vercelli, forse con ponte sulla Dora Baltea tra Porcaricium, presso Torrazza Piemonte, e Salugia (Saluggia): le stationes ad Septimum (Settimo Torinese) e ad Decimum (Brandizzo) alla confluenza dell'Orco nel Po, sono intermedie nel tratto da Clebaxium ad Augusta Taurinorum. Altra strada, che va però perdendo importanza, è la diretta per Papia attraverso Ceste (Crescentino), Rigomagus (Trino vecchio), Cuttiae, Laumellum, e infine la strada da Clebaxium a Rivarolo e alla valle dell'Orco sulla sinistra dell'omonimo torrente. quest'ultima via, forse addirittura precedente l'invasione romana, serviva alla transumanza delle greggi dalla collina e dalla pianura agli alpeggi alpini. Sempre in questo torno di tempo si rilevano i nomi dei vici di Ubilianum e Castanetum in destra Po, di Dulfia, Fornallo, Vighisulfia (poi scomparsi), Vulpianum, Fructuaria, Villalunga Mon-tanarium, Fulgitium in sinistra Po.
Parecchi dubbi sussistono sull'effettiva consistenza degli insediamenti dell'epoca:
raggruppamenti di capanne o, al più', piccoli campi trincerati con pochi edifici desti-nati ai presidi militari. Sembra comunque sicuro che, fatte le debite proporzioni con la popolazione della regione, gli abitanti non fossero più di alcune migliaia (5-7 mila): si era all'inizio dell'era volgare e costoro accudivano prevalentemente alla coltivazione della terra, forse per "campi chiusi" come nell'uso dei coloni romani ai campi e ai vigneti, raccolti attorno ai rari nuclei insediativi, si alternavano i pascoli promiscui, i boschi, le foreste, pur sempre estesissime sulle rive dei fiumi e dei torrenti e nelle impervie aree collinari.

2.3 Alto Medioevo.

Fin dal Basso Impero romano i boschi e i pascoli riprendono ad espandersi ovunque. Il fenomeno interessa gran parte delle terre dell'Impero, in lento dissolvimento sotto la spinta delle crisi interne, politiche ed economiche  Le guerre tra opposte fazioni e le invasioni barbariche aumentano i disagi e l'insicurezza delle popolazioni.
Il territorio del Chivassese, all'incrocio di tradizionali itinerari sulle vie delle Alpi, non va esente da pericoli che coinvolgono interessi più ampi.
Già nel IV secolo Industria è incendiata e, sembra, completamente distrutta. Una sorte non molto diversa dovette essere riservata alle stationes e a parecchi vici sia della pianura sia della collina. I ruderi della romanità echeggiano la facciata di un mondo che va scomparendo. Soppressi, per fatti di guerra o ribellione, i presidi militari, ridotta in rovina l'unica civitas della zona, le popolazioni - prese dal panico - cercano un rifugio sicuro nell'oltre Po, nelle parti aspre e selvagge dell'interno colli-nare o nei punti elevati della dorsale e dei poggi sovrastanti il fiume. I lucus di Brusasco e Cavagnolo, la tondeggiante altura di Torre del Greppio (Monteu da Po), i bric di S. Raffaele e Castanetum, i poggi di Verruca e Ubilianum, sono luoghi sufficien-temente nascosti, e al tempo stesso ottimi punti di osservazione, dove gli scampati si riuniscono in attesa di momenti migliori. Questi momenti, però, dovranno tardare parecchio: secoli di paure, di grandi affanni, di violenze, alternate a brevi pause di speranze presto deluse. Allevamento e caccia ridiventano le attività prevalenti di queste popolazioni; poche e ristrette pezze di terra sono tenute a campi di erba, quel tanto che occorre per vivere. Il paesaggio agrario torna indietro di secoli.
Soltanto le strade principali sono conservate con qualche cura: longobardi e franchi, specialmente, dispongono per la loro manutenzione ed i secondi provvedono addirit-tura ad aprire nuovi tracciati sulle Alpi. Le strade tornano comode per il passaggio degli eserciti e dei pellegrini che dalla Francia, dalla Spagna, dal nord-ovest europeo vanno a Lucca, a Roma, sul Gargano.
Nel Chivassese gli itinerari più frequenti sono quelli della via Francisca, dalla ValÌe Susa a Torino, Chivasso, Vercelli, Pavia; della strata Mazenga da Quadrata a Quadratone (Carrone presso Strambino), Eporegia (Ivrea) e Valle d'Aosta lungo la Dora Baltea; della via Levata da Clevaxium a Calusio ed Eporegia; della via delle greggi, da Clevaxium a Montanario, Corteregio, Riparolio per gli alpeggi delle valli dell'Orco e Soana.
Quest'ultima via serve alle greggi transumanti dell'abbazia di Lucedio; servirà più avanti (nel secolo XI e oltre) alle greggi dei monaci dell'abbazia di Fruttuaria.
Intorno al sec. VIII, durante l'occupazione langobarda, sorgono i primi castelli (castra), le curtes; si diffondono le pievi e si costruiscono hospitales per i pellegrini.
Nelle curtes si riuniscono i contadini, servi di un signore che a compenso del lavoro assicura l'immunità della persona: all'ombra del castello (castrum Langobardorum, castrum Burgonum e, inoltre, i castelli che al di qua e al di là del Po costelleranno, ancora nel xv secolo, il territorio), guardia e denuncia di un potere incondizionato, la vita nelle curtes procede apparentemente serena, nella miseria di un'età senza sbocchi né brividi all'infuori della fatica di vivere. Le poche pievi rappresentano il simbolo di uno spazio temporale ad una scala diversa, su cui si fondano le speranze dei servi: sono la plebs Saneti Petri di Brusasco, del V-VI secolo, e quel]e più recenti di Dustiae (Monteu da Po), Martori (S. Pietro di Naviliano a S. Sebastiano Po, citata in documento del 999), Sancti Petri di Gassino e di Settimo Torinese, di Nostra Si-gnora dell'Isola a Montanaro. Alle pievi, spesso situate fuori dalle curtes, affluiscono gli abitanti della campagna per i sacramenti, i riti e l'istruzione religiosa; riunendosi imparano anche a conoscersi, a confrontare le proprie condizioni, a capire che non son soli a soffrire e che debbono sperare in una giustizia più vera, più umana. Nelle pievi si compiono i primi atti di una communio che darà i suoi frutti fecondi tre secoli dopo.
Nel X secolo vengono le incursioni dei saraceni da ovest, degli ungari da est. Mentre, però, il Piemonte occidentale e meridionale e le parti orientali sono sottoposti alla audace pressione di quelle bande, che incutono terribili paure alle popolazioni inermi e ai monasteri, preda preferita degli assalti saraceni, la zona del Chivassese non ne è coinvolta direttamente. Le minacce continue, la rapidità con cui si effettuano assalti e saccheggi, costringono vescovi, principi, popolazioni, ad assumere iniziative per provvedere ad opere difensive capaci di contrastare gli invasori. Scrive il Cognasso: 

“Sono i vescovi che assumono l'onere delle costruzioni, sono i principi che autorizzano le costruzioni e concedono privilegi fiscali; sono gli abitanti delle città che lavorano a]le costruzioni e pretendono compensi duraturi nella organizzazione della città. Così nelle campagne sorgono castelli, rifugi dove le popolazioni nel bisogno si raccolgono con le loro bestie e cose, creando nuovi tipici centri di attività rurali e civili”.

Nei sei secoli che corrono dal V d.C. fino alle soglie dell'XI si pongono le basi del popolamento e degli insediamenti dei secoli seguenti: un travaglio lentissimo che pro-duce innovazioni altrettanto lente e difficili nel paesaggio, radicato alla prevalenza dei fattori naturali su quelli costruiti dall'uomo. Sconvolto alle radici il paesaggio dell'età romana (restano, forti, i caposaldi delle città principali, matrici dei prossimi comuni urbani), gli uomini faticano a riportarvi l'equilibrio tra le varie componenti:
pochi, divisi da percorsi spesso impraticabili e quasi sempre insicuri, rintanati nelle curtes e nei castra, succubi dell'ignoranza e delle superstizioni, esprimono in quel paesaggio disadorno la povertà dell'epoca.
Qualcosa, tuttavia, si è mosso nella morta palude della vigilia del nuovo millennio.
E anche il Chivassese si produrrà molto presto in uno sforzo fecondo di grandi novità.

CONTINUA......

 (Ritorna ad inizio pagina)