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2.4
Dal Basso Medioevo al secolo XV.
Tra l'XI e il XII
secolo le vicende del Piemonte subiscono un risvolto decisivo.
Il Chivassese non
può, ovviamente, esserne escluso.
Già all'inizio
del sec. XI (a.1003) il benedettino Guglielmo, abate di S. Benigno di Digione,
fonda l'abbazia di Fruttuaria, destinata a dare un'impronta rimarchevole
all'assetto del territorio. La nuova abbazia, che sorge su un rilevato
sulla riva sinistra del Malone, è contornata dalla "silva Gerulfia",
ricoprente le terre tra Malone ed Orco; oltre l'Orco vi è la silva
Fullicia e oltre ancora, fino alla Dora Baltea, grandi superfici a pascoli
in terreni aridi, incolti. Tra le molte donazioni che arricchiscono l'abbazia
nello spazio tra la Vauda canavesana e la Dora Baltea, ha un'importanza
particolare quella di Ottone Guglielmo, conte di Borgogna, del 1019: Foglizzo,
Verolengo, Lombardore, Volpiano, Montanaro, la metà di Chivasso
e di Castagneto sono com-presi nell'atto di donazione. Alcuni di questi
territori (Lombardore, Montanaro) costituiranno a lungo il patrimonio terriero
di Fruttuaria, gli altri invece - ver-ranno a più riprese
ceduti a feudatari diversi.
Avvalendosi dell'opera
dei rustici, che accorrono alle dipendenze dei monaci richia-mati dalla
speranza di un trattamento migliore di quel che è loro riservato
dai pre-cedenti signori, quegli stessi monaci promuovono vaste opere di
colonizzazione sul territorio di loro giurisdizione si scavano le rogge
dell'Abbazia, di Montanaro e canali minori d'irrigazione, derivandoli dall'Orco;
si riducono le superfici a bosco aumentando quelle a coltura; i pascoli
vengono regolamentati; si tracciano nuove strade e si riassettano le vecchie.
Nel corso di due
secoli, il popolamento dell'area di pianura prende consistenza e accanto
ai rinnovati castelli di Lombardore, Volpiano, Foglizzo, Montanaro, Bran-dizzo,
Chivasso, Verolengo, si formano i primi nuclei permanenti, ampliamenti
delle preesistenti curtes. questo fervore di opere non può lasciare
indifferenti i signori vicini, preoccupati dall'esodo dei servi verso le
terre di Fruttuaria. In sinistra e destra Po si notano pertanto fermenti
prima sconosciuti: castelli e curtes, divisi tra i vescovi di Vercelli
e di Ivrea e in minor misura il Marchese di Monferrato, e le terre di perti-nenza,
sono soggetti agli stessi fenomeni. Le maggiori difficoltà che i
rustici incontrano, anche a causa della diversa natura e struttura del
territorio collinare, riducono però fortemente le possibilità
di popolamento e insediative della zona. Altro fatto negativo è
l'estensione dei feudi (i possedimenti del Vescovo di Vercelli sono infeudati
ai conti di Cocconato, alla cui giurisdizione appartiene la valle del torrente
Leona, dominante i passaggi ai porti fluviali sul Po di S. Sebastiano e
Lauriano), non grande e spesso contesa da signori confinanti, in lotta
per il possesso delle vie commerciali dall'Asti-giano e dal Chierese ai
porti sul Po.
Canali, strade,
divisioni poderali, colture, castelli, chiese, campanili, nuclei abitati,
sono le nuove componenti dcl paesaggio umanizzato del Chivassese sul finir
del secolo XII. Nella distesa d'un paesaggio agrario per lo più
ancora allo stato naturale compaiono le opere dell'uomo ad addolcirne l'asprezza,
a offrire il segno vivo della sua presenza.
Nel secolo XII,
col formarsi dei comuni cittadini (Asti, Vercelli, Novara, Torino, Ivrea,
Tortona, Chieri) comincia il forte contrasto tra questi e i potenti feudatari
(Aleramici, Biandrate, Conti Canavesani, del Vasto, Saluzzo, Savoia) che
dominano posizioni considerevoli della regione. Le continue lotte non rallentano
i pur lenti progressi economici e sociali in atto ovunque. Nelle campagne
sono sempre più fre-quenti i riconoscimenti delle comunità
rurali e dei diritti dei rustici ad associarsi, a decidere su questioni
che riguardano la vita della comunità, fermi restando i rap-porti
di sudditanza nei confronti di feudatari e comuni cittadini. I contadini,
responsabili del loro lavoro e compartecipi degli utili che ne derivano,
aumentano gli sforzi di trasformazione del territorio. Tuttavia, la popolazione
scarsa, insufficien-temente preparata e dotata di mezzi e tecniche men
che primordiali, è costretta a contenere gli interventi entro spazi
piuttosto limitati: orti e vigneti contornano i nuclei insediativi, talvolta
ne sono racchiusi all'interno, e al di là di essi si estendono in
campi aperti le colture agrarie tradizionali, intervallate tra un nucleo
e l'altro da incolti, pascoli, aree boschive. Nella collina si diffonde
il castagno da frutto, che sostituisce poco a poco, senza peraltro soppiantarle,
le antichissime querce.
Dei nuclei insediativi
che formano l'ossatura urbanistica della nostra subarea uno si distingue
in particolare: Chivasso, infeudato nel I 164 da Federico I il Barbarossa
al Marchese di Monferrato, cui pure appartengono, intorno al i 170, Gassino,
Casta-gneto e Verolengo. questo nucleo, detto di San Pietro, sorge in riva
all'Orchetto, diramazione secondaria dell'Orco, non lontano dalla più
antica corte e dall'annesso castello: si distingue non tanto per l'ampiezza
quanto per il ruolo, che verrà ad assu-mere nei due secoli seguenti,
di elemento aggregativo delle prossime espansioni della prima capitale
dei marchesi monferrini. Clavasium, dicono i cronisti dell'epoca è
"la chiave della regione", data la sua posizione sulla via tra Torino e
Vercelli ed esterna ai territori dell'abbazia di Fruttuaria, notoriamente
neutrale nelle dispute guerresche tra i vari potentati. Ed a Chivasso giunge
nel 1231 un poderoso esercito della Lega Lombarda per dare una solenne
lezione al più irriducibile degli impe-rialisti dell'Italia Settentrionale,
il marchese di Monferrato Bonifacio 11: dopo tre mesi e mezzo di assedio
(27 maggio-15 settembre) al castello, i leghisti riescono a farlo capitolare
e milanesi e vercellesi si accordano per la spartizione Ma l'anno successivo
Chivasso torna ai Monferrini, che nel 1239 vi trasferiscono la corte marchionale.
Chivasso, capitale del marchesato di Monferrato fino al 1435, è
amplia-ta, fortificata con mura e rivellini, munita di un più forte
castello, arricchita di palazzi; chiese e conventi sono eretti entro e
fuori le mura; le si concede il diritto di tener fiere e mercati e la via
centrale, che l'attraversa da est ad ovest, è gradatamente costruita
con edifici porticati. Un centro urbano che vive della campagna e dell'am-ministrazione
del piccolo ma potente stato monferrino; un nodo di traffici che è
anche un punto di forza dei marchesi a nord del Po, una specie di scolta
avanzata e di centro d'irraggiamento e di contrattazione per coloro, e
non son pochi, che dal XIII al XV secolo si contendono il possesso della
pianura padana tra il Po e il Ticino. Appunto in questi tre secoli si viene
meglio delineando l'assetto del popo-lamento e delle strutture insediative
del Chivassese. La fondazione, sia pure su nuclei preesistenti, di Verolengo
e di Montanaro, il primo da parte del marchese di Mon-ferrato e il secondo
degli abbati di Fruttuaria; l'ampliamento di tutti gli altri nuclei e il
loro rinnovamento edilizio ed urbanistico; la costruzione dei ricetti di
Lombar-dore e di Volpiano; l'erezione nei centri di nuove chiese che debbono
soddisfare le esigenze della popolazione in aumento; la dilatazione delle
aree coltivate; l'isti-tuzione di mercati periodici nelle enucleazioni
principali e il ravvivarsi degli scambi commerciali all'interno dell'area
e soprattutto tra le parti collinare e di pianura: sono altrettanti elementi
che incidono sull'ambiente fisico e umano generando modi-ficazioni, a volte
molto profonde e di imprevedibile durata.
Sul finir del secolo
XV il paesaggio del Chivassese è sostanzialmente differente, quali-tativamente
migliore, rispetto alle soglie del millennio. Alla grande dorsale che da
Torino a Chivasso conduce a Vercelli solcando la Dora Baltea tra Torrazza
e Sa-luggia, appoggiano il reticolo di strade longitudinali della pianura
e, attraverso i porti fluviali e i guadi sul Po di Gassino, Brandizzo,
Chivasso, S. Sebastiano, Lauriano, Crescentino, le strade che dalla collina
adducono a Chieri ed Asti. queste vie sono la linfa dei commerci dei prodotti
agricoli che dall'una e dall'altra parte del Po confluiscono ai mercati
di Chivasso (località centrale rispetto alla subarea), Volpiano,
Montanaro, Verolengo in sinistra Po e di Lauriano, Casalbor-gone, Gassino
in destra Po. Sebbene la popolazione permanga scarsa vaste trasformazioni
sono state fatte, come si è detto, nel paesaggio agrario, dominato
dai castelli e dalle torri del Mon-ferrato nell'oltre Po, dai campanili
svettanti sul profilo dei centri nella pianura, dalle salde mura protettive
dei borghi, che accolgono rustici e borghesi, e dalle foreste tuttora folte
e selvagge nei colli e per ampie fasce lungo fiumi e torrenti. Savoia,
Monferrato, Fruttuaria, governano queste terre, direttamente o per il tra-mite
di minori signori da essi infeudati, ma il segno della loro presenza sembra
es-sersi perduto nel tempo in cui ebbero a cessare i rigogliosi fermenti
dell'età comunale.
2.5
Dal XVI al XVIII secolo.
2.5.1
Due secoli drammatici.
Sedicesimo e diciassettesimo
secolo: per il Piemonte, secoli di guerre, invasioni, eserciti in transito,
susseguirsi di calamità naturali, pestilenze e carestie, cui non
sono estranei gli accadimenti militari, periodiche falcidie tra le popolazioni,
ras-segnate a quell'ira di Dio che non sembra cessare mai. Unica parentesi
gli anni della restaurazione di Emanuele Filiberto.
Il Chivassese è
dentro fino al collo agli avvenimenti che dilaniano la regione. Sulla strada
di Torino la macchina bellica dei contendenti si muove da est ad ovest
e viceversa attraverso il Chivassese. La linea Casale Monferrato-Torino
in sinistra Po diventa una specie di itinerario obbligato di cui si servono
spagnoli, francesi, impe-riali austriaci, savoiardi. Nell'oltre Po, Paleologi
e Gonzaga difendono a denti stretti i loro domini sorvegliandone gli accessi
dall'alto dei colli e puntualmente rintuzzando i tentativi di penetrare
nell'interno dalle valli sboccanti verso il fiume da Castagneto a Verrua.
La gente monferrina, ferma nella propria indipendenza dai Savoia, osserva
con distaccata apprensione quello che avviene ai margini del bastione collinare:
il Po sembra un ostacolo invalicabile, le alture un intrico, e una trappola,
che eser-citi organizzati dovrebbero preferire di evitare. Tuttavia anche
la terra di Monfer-rato è direttamente minacciata. Verrua, che appartiene
ai Savoia dal 1386, è una terribile testa di ponte, una catapulta
di fuoco sul piano, e anche verso i colli cir-costanti. Inoltre, dopo la
sottomissione ormai lontana di Chieri ai Savoia e le prime cessioni del
1631 da parte del Marchese di Monferrato, una grossa fetta di territo-rio
collinare - ed è la più alta e accidentata - volge sul fianco
occidentale del Mon-ferrato creandovi preoccupanti minacce. L'area in destra
Po del Chivassese è perciò più che mai un territorio
pieno di irrequietezze, che i Savoia contendono ai Mon-ferrato con politica
accorta e caparbia decisione.
2.5.2
Il secolo XVI.
A metà del
secolo XVI la popolazione del Chivassese si aggira, forse, intorno a 18
- 20.000 abitanti, dei quali circa 2.300 in Chivasso. Non risulta che si
siano formati, nel frattempo, nuovi nuclei insediativi, ma non è
affatto improbabile che alcune zone della collina siano state popolate
con insediamenti isolati: soprattutto a Brozolo, Casalborgone, S. Sebastiano
Po, Castagneto Po, Gassino Torinese, Rivalba, dove il feudalesimo è
maggiormente diffuso.
Sempre nel secolo
XVI, durante le lotte tra Francia e Spagna, Chivasso è assediata,
assaltata, incendiata, e i borghi di S. Pietro e di S. Francesco, che è
esterno alle mura, distrutti. I francesi, dopo aver preso la città,
rinforzano il nucleo centrale (compren-dente i borghi di S. Maria, S. Giovanni
e S. Guglielmo) con nuove mura e bastioni: una cinta che chiude in una
morsa Chivasso fino all'inizio del secolo XIX. Circa negli anni dell'assedio
di Chivasso vengono abbattute le fortificazioni di Volpiano e Verolengo.
Altri centri della pianura e della collina hanno visto decadere le antiche
funzioni di capisaldi difensivi; le mura che li contornano, ormai inutili,
sono tra-scurate, spesso in rovina: tant'è che si abbattano o che
siano utilizzate per appog-giarvi contro le nuove costruzioni all'interno
del recinto (S. Benigno Canavese, Foglizzo, Montanaro, Gassino Torinese).
2.5.3
Il secolo XVII.
Il secolo XVII è
di grave scompiglio per il Chivassese: ne restano fuori soltanto i centri
dipendenti dall'abbazia fruttuariense, che risentono però delle
condizioni negative dilaganti in Piemonte.
E’ del 1625 l'assedio
della rocca di Verrua, e le scorribande spagnole e francesi non risparmiano
certo i territori sulla sinistra e sulla destra del Po. Verrua si erge,
impren-dibile, sulla pianura: mura e bastioni eretti nel 1613 rinsaldano
la potenza difensiva del castello, che fasciano su tre lati per ampio spazio
attorno. Dal formidabile ba-luardo il presidio franco-piemontese resiste
e respinge gli assalti spagnoli: ma nei comuni circostanti la desolazione
si fa grande. Pochissimi centri sono risparmiati, le campagne saccheggiate
e depredate. Monteu da Po, ad esempio, è incendiato e raso al suolo
nel 1625; è un caso limite, che dimostra la cruda spietatezza dei
con-tendenti. Conclusa la battaglia e tolto l'assedio, gli abitanti di
Monteu salvatisi dallo scempio decidono di abbandonare l'antica sede della
loro villa e di trasferirsi in basso, sul fondo della valle, dove si trova
l'attuale struttura insediativa. Anche nei casi meno rovinosi (ad esempio,
Lauriano Po) i danni provocati agli edifici dalle solda-tesche sono di
tale rilevanza da richiedere - di solito - rifacimenti integrali.
Quando, cessata
la furia della lunga guerra, si tirano le somme, ci si accorge che bisogna
ricominciare quasi tutto daccapo, nelle campagne, nei borghi, nei villaggi.
La faticosa ripresa
è continuamente interrotta da altre guerre, altre sventure. Il popolamento
delle campagne per insediamenti sparsi e piccoli nuclei in molti comuni
del Chivassese è anche conseguente alle dolorose esperienze di questo
pe-riodo. Molti devono aver tratto la conclusione che la sicurezza delle
persone e degli averi non dipendeva più dal fatto di trovarsi riuniti
in un centro, soprattutto se piccolo; la guerra aveva semmai dimostrato
che le truppe di passaggio preferivano fermarsi proprio nei piccoli centri,
per cercarvi alloggiamenti, viveri, ostaggi da taglieggiare. Meglio, quindi,
allontanarsi, spostarsi sui fondi agricoli men facilmente raggiungibili.
Famiglie singole o in piccoli gruppi mettono in pratica questa forma insediativa
già nella seconda metà del secolo XVII: specialmente nei
comuni collinari, dove prima sembrava pressoché ignorata (Cavagnolo,
Brusasco, Monten da Po, Lauriano, S. Raffaele, Castiglione Torinese). Meno
d'un secolo più tardi l'esempio sarà seguito da altre famiglie
e gruppi anche nella parte piana. La distribuzione degli insediamenti nel
territorio diverrà allora definitiva, almeno fin circa a metà
del secolo XX.
2.5.4
ll secolo XVIII.
Sul limitar del '700
il marchesato di Monferrato passa ai Savoia. Vittorio Amedeo Il è
finalmente riuscito là dove i suoi predecessori avevano invano tentato:
sia pure al prezzo di una guerra dura, incerta fino all'ultimo, e delle
consuete furibonde distruzioni. Ancora una volta, l'ultima per fortuna,
il Chivassese è campo di bat-taglia. Nell'ottobre del 1704 grandi
forze francesi al comando del Vendome pongono l'assedio a Verrua, che insieme
a Chivasso sbarra il cammino del nemico verso Torino. Verrua, difesa da
un triplice ordine di bastioni ed unita a Crescentino con un ponte di barche
sul Po protetto da quattro fortini, viene presa per fame nel-l'aprile dell'anno
successivo e i bastioni fatti saltare dai superstiti assediati; Chi-vasso,
che forma sistema fortificato con Castagneto Po, si arrende poco dopo e
il grosso delle fortificazioni è distrutto.
Con la fine della
guerra l'economia della zona riprende a rinvigorirsi, la popolazione a
crescere; le strutture insediative si arricchiscono di nuovi edifici civili
e religiosi; si intensifica il rinnovamento edilizio nei centri esistenti;
le campagne paiono tra-sformarsi sotto la spinta delle provvidenze dello
stato e del miglioramento delle con-dizioni generali di cui beneficia tutta
la regione.
Nel 1734, data del
primo censimento che riporta nella effettiva consistenza il numero di abitanti
presenti in ogni comune del Piemonte, la popolazione del Chivassese è
di circa 38.000 unità, delle quali 3.762 in Chivasso, il comune
demograficamente più ampio e con il centro di maggior importanza.
Confrontiamo il dato di Chivasso del 1734 con quello del 1612 (ab. 2.580)
e prendiamo in esame la planimetria di questo centro nel 1810-' 12, che
mostra la struttura insediativa praticamente conclusa dentro il perimetro
delle mura cinquecentesche. Anche ammesso che un'aliquota dell'aumento
di popolazione registrato nell'intervallo 1612-1734 (ab. 1.182) abbia trovato
collocazione nel vecchio centro, in nuove case o sovraffollando abitazioni
esistenti la restante parte deve essersi insediata all'esterno, in quei
nuclei e centri che ritroviamo poi nelle carte ottocentesche ormai pienamente
affermati. In realtà, come già riferito, tra la seconda metà
del '600 e tutto il '700 gli accrescimenti demo-grafici vengono assorbiti
principalmente dalle campagne. Chivasso, Settimo Tori-nese, Verolengo,
Volpiano in sinistra Po, Castiglione Torinese, Gassino Torinese, S. Raffaele
Cimena, S. Sebastiano Po, Castagneto Po, Casalborgone, Verrua, Bro-zolo
in destra Po, fanno testo al riguardo. A Rondissone, Torrazza Piemonte,
Mon-tanaro, Foglizzo, Lombardore, Brandizzo: dove il nucleo capoluogo è
circa bari-centrico rispetto al territorio comunale (Torrazza Piemonte,
Rondissone, Monta-naro, Foglizzo), o dove le aree a coltura si trovano
su una precisa direttrice delimi-tata da elementi geofisici (a Brandizzo
il Po e il Malone; a Lombardore il Malone e la Vauda), la nuova popolazione
si addensa nei pressi del vecchio nucleo in forma di agglutinazioni successive
mono o pluridirezionali.
2.5.5
Condizioni del Chivassese a metà secolo XVIII.
Può essere
utile, a questo punto, riassumere le condizioni del Chivassese a metà
secolo XVIII e all'inizio dell'800. A metà secolo XVIII sono le
seguenti:
? l'economia della
subarea conserva le caratteristiche agricole dei secoli precedenti. Il
lavoro delle campagne assorbe interamente il "surplus" di popolazione attiva,
anche giovanissima. Poche le industrie: a S. Benigno Canavese (4 filature
e 223 operai nel 1787), Casalborgone e Verolengo (una piccola impresa di
filatura ciascuno); a Volpiano, Rondissone e Verolengo operano piccole
aziende che lavorano la tela; a Gassino si scava e cuoce la calce; Chivasso
conta cinque molini con annesse peste da canapa e frantoi. A Rondissone
e S. Benigno Canavese molti poveri raccol-gono e scelgono i detriti auriferi
dell'Orco e della Dora Baltea: fatica, pazienza, scarso guadagno. L'industria
del Chivassese è tutta qui: troppo poco perché possa incidere
minimamente sull'economia del comprensorio;
? l'agricoltura
è l'attività principale, dominante. Ancora a metà
settecento, osserva il Prato, da cui abbiamo desunto queste notizie, stenta
a darsi una struttura efficiente. Vastissime le aree a campi e prati, spiegabili
"colla densità in molti luoghi assai forte della popolazione rurale
(è il caso dei comuni in sinistra Po), e col conseguente largo consumo
locale dei cereali, che le difettose comunicazioni e le misure proibi-tive
avrebbero reso assai difficile procurarsi all'estero... e colla produttività
media non molto alta delle terre..” Da un'inchiesta dell'epoca risultano
ottimamente coltivati i terreni del comune di Settimo Torinese, ben coltivati
quelli dei comuni di Volpiano, Foglizzo, Rondissone, Verolengo in sinistra
Po, di Gassino Torinese, Rivalba, Sciolze, Cinzano, S. Raf-faele, Castagneto
Po, S. Sebastiano Po, Brusasco, Brozolo in destra Po; negli altri comuni
la coltivazione lascia assai a desiderare. Orti e frutteti fanno la comparsa
a Gassino Torinese, Sciolze, S. Raffaele, S. Seba-stiano Po, Casalborgone,
Lauriano Po. I vigneti, diffusi in pianura come in collina, danno frutti
scadenti, che non si riesce a smerciare a prezzi convenientemente remunerativi:
a Verolengo le viti sono "mal piantate in suolo ingrato"; a Bussolino,
Castiglione, S. Raffaele, Castagneto Po, Casalborgone, S. Sebastiano Po,
Marcorengo, la coltivazione della vite è troppo costosa per deficienza
di boschi e di braccia, a Sciolze il prodotto spesso non riesce a coprire
le spese, come a Lauriano Po, Monteu da Po, Cavagnolo.I boschi occupano
vaste estensioni: Settimo Torinese ne ha per 820 ha., Chivasso 400, Volpiano
430, Lombardore 330; nella collina figura in testa Verrua-Savoia con 800
ha., seguito da Casalborgone (510), Castagneto Po (340), Castiglione Torinese
(315), Cavagnolo (250). Ai boschi, consistenti sovente in sterili gerbidi
con rari cespugli (Verrua-Savoia, Castiglione Torinese) vanno aggiunte
le terre a pascoli, gerbidi e infruttifere, utilizzate dai privati per
alimentare il bestiame nella buona stagione: ne posseggono Chivasso (1.070
ha.), Verolengo (830 ha.) e, in destra Po, Lauriano Po (360 ha.), Monteu
da Po (310 ha.), Cavagnolo (200 ha.), Brusasco (230 ha.), Verrua-Savoia
(730 ha.) e, inoltre, Volpiano, Lombardore (Vauda), Monta-naro e Foglizzo.
Una coltura che si è imposta e diffusa è il gelso; la bachicoltura
è piuttosto comune e florida tra le famiglie contadine; insieme
all'allevamento del bestiame da macello, fornito ai mercati di Torino da
Chivasso, Verolengo, Rondissone, Volpiano, Monta-naro, Foglizzo, Gassino
Torinese, S. Raffaele, Casalborgone, serve ad arrotondare i magri bilanci
familiari;
? dal raffronto
tra i dati dei censimenti del '734 e del '774 la popolazione risulta in
aumento in undici comuni (Brandizzo, Montanaro, Volpiano, Brusasco, Marcorengo,
Gassino, Bussolino, Lauriano Po, Brozolo, Casalborgone, Sciolze, Verrua-Savoia);
in forte aumento a Settimo Torinese (+60 %), Chivasso (+31 %), Verolengo-Torrazza
(+31%), Cavagnolo (+32%) e Cinzano (+ 36,5%); è circa statica a
Foglizzo, Lombardore, S. Benigno, Rondissone, Bardassano, Piazzo, Monten
da Po, S. Raffaele, S. Sebastiano Po, Rivalba; sono in diminuzione i comuni
di Castiglione Torinese e Castagneto Po. Solamente Chivasso ha un aumento
di oltre 1.000 abitanti (1184); aumentano tra 500 e 1.000 Settimo Torinese
(953) e Verolengo-Torrazza (733); tra 200 e 500 Brandizzo (206), Foglizzo
(244), Montanaro (350 circa), S. Be-nigno Canavese (250 circa), Volpiano
(458), Brusasco (218), Cavagnolo (343), Gassino Torinese (258), Casalborgone
(467), Cinzano (204), Verrua-Savoia (464);
? sono in espansione
i centri di Settimo Torinese, Brandizzo, Chivasso, Verolengo, Torrazza,
Montanaro, Foglizzo, Volpiano, Casalborgone, Lauriano, Brusasco. L'espan-sione
di Chivasso, Verolengo, Cavagnolo, Brusasco, Verrua-Savoia, Brozolo viene
effettuata per gemmazione di nuclei separati dal concentrico, rispetto
al quale sono a volte abbastanza prossimi (Chivasso, Verolengo, Brusasco)
ma più sovente lontani, situati nelle vicinanze dei fondi agricoli
(nella stessa Chivasso e a Verolengo; a Ca-vagnolo, Verrua-Savoia e Brozolo,
dove nessuno dei vari nuclei è nettamente preva-lente sugli altri).
Notevole il numero delle case sparse, cascinali e ville padronali, a Gassino
Torinese, Castiglione Torinese, S. Raffaele, Rivalba, Sciolze, Cinzano,
Castagneto Po, Casalborgone, Cavagnolo, Brozolo e, nella pianura, specialmente
a Chivasso, Settimo Torinese, Volpiano. Le ville padronali, a imitazione
delle “vigne" della collina torinese, prendono a diffondersi nella seconda
metà del '700, quando si procede alla sistemazione della strada
militare in destra Po, limitatamente - però - alla fascia collinare
di più comodo accesso a questa via;
? nella rete viaria
si lamentano gravi deficienze, soprattutto nella manutenzione. Svantaggi
maggiori presentano i centri agricoli minori, i piccoli nuclei, le case
sparse, spesso isolati dalle località di attrazione commerciale
e sedi di servizi (amministra-zione civile e giudiziaria, opere filantropiche,
ecc.). Sostanzialmente invariata la maglia delle strade principali, più
estesa quella delle strade minori; i traffici subi-scono lunghe pause nei
mesi di brutto tempo, scoraggiando il movimento sia interno sia in transito
di persone e cose.
2.5.6
...e nella seconda metà del secolo XVIII.
Dalla metà
del secolo XVIII ai primi anni del XIX (i 8o6- 1812) non si verificano
nel Chivassese variazioni importanti.
In circa trent'anni
(1774-1806) la popolazione è aumentata di soli 2.305 abitanti; parecchi
comuni sono anzi in diminuzione, altri in stasi; risultano in aumento Chi-vasso
(589), Rondissone (277), Verolengo (335), Castiglione Torinese (351), S.
Raf-faele (65), S. Sebastiano Po (527), Castagneto Po (429) e Verrua-Savoia
(596).
In sviluppo sono
i centri minori e i nuclei di Chivasso e Verolengo, il concentrico di Rondissone,
i nuclei dei comuni di Castiglione Torinese, S. Sebastiano e Verrua-Savoia;
a S. Raffaele acquista maggior consistenza una piccola enucleazione di
cascinali formatasi lungo la strada militare ai piedi del colle su cui
sorge il vecchio centro; a Castagneto Po il fabbisogno di abitazioni causato
dal forte incremento demografico (+71,5 %), spiegabile come per Verrua-Savoia
nella forte disponibilità di terre ancora da sfruttare e nel particolare
isolamento del territorio, facile richiamo per quanti non intendono prestar
servizio nell'esercito francese occupante, è parzial-mente soddisfatto
con la costruzione di casolari sparsi anche sulle pendici collinari più
accidentate.
Il miglioramento
della rete stradale principale, iniziato da Carlo Emanuele III, trova nel
governo napoleonico un risoluto fautore. Nel 1811-13 Si costruisce la "strada
imperiale" per la Valle d'Aosta, che comporta - tra l'altro - la rettifica
e la integrale sistemazione del tratto da Chivasso a Caluso: un'opera di
rilievo per Chivasso, che riacquista, irrobustita, quel ruolo di nodo di
traffici che già aveva nel medioevo.
2.5.7
Il volto del Chivassese.
Nei tre secoli trascorsi
il volto del territorio è cambiato: come, quanto, dove, si è
visto sopra. Trecento anni sono però un tempo lunghissimo, di cui
- oggi - non è facile rendersi conto. Orbene, se si raffrontano
le avvenute trasformazioni (demo-grafiche, economiche, sociali, urbanistiche,
paesaggistiche, ecc.) con il numero di anni e i sacrifici impiegati per
ottenerle, ci si accorge della enorme sproporzione tra le une e gli altri.
Se la popolazione
è cresciuta, è irrisorio l'aumento (circa 20.000 abitanti)
rispetto all'estensione del territorio; se la situazione economica è
migliorata, non esiste com-penso tra miglioramento (peraltro limitato a
poche persone fortunate) e costo del medesimo (esprimibile in guerre, morti
violente, distruzioni); sotto il profilo sociale,
il maggior numero
di possidenti e di lavoratori indipendenti (piccoli commercianti, professionisti)
non ragguaglia le condizioni miserevoli di gran parte della popolazione,
costretta nella quasi generalità a lavorare una terra tutt'altro
che fertile, con mezzi e sistemi di poco diversi da quelli di trecento
anni addietro.
Dal punto di vista
urbanistico i cambiamenti sono più sensibili: le modalità
insediative hanno avuto in parecchi casi addirittura un rovescio: dall'accentramento
all'agglomerazione per nuclei dispersi o alle case sparse; talora i vecchi
centri agricoli tendono a diventare il luogo di residenza, perfino di lavoro,
della piccola borghesia locale (ad esempio Volpiano, Gassino Torinese,
soprattutto Chivasso), mentre i nuovi cascinali sono costruiti nelle aree
di frangia od anche lontano, lungo le vie dei campi; la viabilità
secondaria si intreccia, per maglie complesse e fitte, con la rete principale,
determinando con questa il sistema su cui dovranno fondarsi le future espansioni
delle strutture insediative fino ai giorni nostri.
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