ROTARY CLUB
CHIVASSO
Distretto 2030 R.I.

IL CHIVASSESE ATTRAVERSO
I SECOLI
(PARTE III)

                         .
                                   .  HOMEPAGE
 
 

2.5.8 Paesaggio e strutture insediative.

Le maggiori variazioni si scorgono nel paesaggio. Ridotte le aree boschive e infrut-tifere, quelle che erano macchie di coltivi sono diventate distese di campi, prati, vigneti; lungo i confini delle proprietà e le canalizzazioni irrigue si allineano filari di gelsi; grossi cascinali, sul fondo di viali di alti pioppi, punteggiano la pianura alla sinistra del Po: squadrati parallelepipedi che paiono fortilizi circondati da orti e campi, sagome dilatate di tetti spioventi, enormi, e, accanto, sul fianco più jn vista, immancabile cappella, simbolo di una devozione cui le nuove generazioni, padroni e rustici, non sanno sottrarsi. Tra fasce di boschi corrono Po, Dora Baltea, Orco, Malone e altri torrenti e rivi della pianura: ora pigri e tranquilli secando ruvide estensioni di ghiaieti, che evidenziano l'irregolare tracciato dell'alveo, ora rigonfi di acque, paurose nell'incontenibile irruenza delle piene.
Nella collina il territorio è costellato di casolari, isolati e per lo più appoggiati su un lato trasversalmente alla strada, o raggruppati in piccoli nuclei di fabbricati in linea paralleli alle curve di livello: occhieggiano tra il verde variegato delle colture, rigato dai fili grigi e bruni delle strade campestri; qua e là spuntano i campanili delle chiese, e nel silenzio filtrato dei grandi spazi ondulati si ripercuotono gli echi di campane, di voci di uomini, come un tempo remoto il rumore delle armi. I castelli, che hanno retto all'urto delle guerre, sono stati trasformati in palazzi, talvolta d'una certa pretesa: sepolti da parchi sontuosi di vegetazione, raramente risaltano nel paesaggio. Risaltano, invece, le magnifiche ville nobiliari, fastose dimore erette dall'aristocrazia cittadina per soggiornarvi periodicamente, utilizzando il tempo dell'ozio estivo-autunnale nella cura dei propri interessi terrieri. Solitamente vicine ad una strada, isolate in un parco o adiacenti alla cascina, sono di esemplare purezza vuoi nell'architettura vuoi nell'articolata plasticità delle forme modellate nel paesaggio. Sulle molte emergono, per impegno creativo e raffinatezza dei tagli nell'ambiente circostante, le ville Bria in valle del rio Valle Maggiore verso Bussolino, dei conti Trabucco di Castagneto sulla strada da Chivasso a Castagneto Po, dei Cordero Marmorito di Vonzo in frazione Colombaro di S. Sebastiano Po, di Collefiorito in Castiglione Torinese.
Nel piano, alla base dei colli e sulla cima di qualche poggio solitario, spiccano i profili delle strutture insediative agglomerate.
Visti dalla collina, i borghi e i nuclei della pianura dovevano apparire come delle chiazze scure, compatte, su cui risaltavano le sagome sottili delle torri campanarie e il volume emergente delle chiese. La regolarità d'impianto dei vecchi centri di Settimo Torinese, Gassino Torinese, Chivasso, Verolengo e, più in generale, la ritmata scansione dei borghi, separati tra loro nettamente dalle superfici a colture e uniti dai nastri delle strade, modellavano con plastica evidenza il paesaggio, accrescendo il rigore geometrico del disegno. quegli stessi borghi, osservati dalle strade che vi adducevano, si presentavano di profilo in strisce sottili orizzontali, seghettate da superfici verticali, appena addolcite, all'esterno, da curve modanature di cupole e cupolini; sbalzava, talvolta, il profilo d'un castello (Foglizzo, Montanaro), d'una torre (Settimo Torinese, Torrazza) e, guardando verso la collina, su tutto, il tempio juvarriano di Superga, eletto a punto di riferimento di chiunque si muoveva sulle strade della pianura; ma erano ancora la rocca di Verrua (quel poco che restava) e la "montagna" di Castagneto, a formare masse emergenti per quanti percorrevano il tratto più orientale del Chivassese.
Nella parte collinare i borghi erano raramente coglibili nel loro profilo d'insieme. La vecchia strada che li attraversava seguendo il piede della collina, scavalcandola a tratti nelle punte sopravanzanti nel piano, vi giunge ogni volta quasi all'improvviso, senza dar tempo di apprezzare convenientemente il paesaggio antistante. La strada militare, invece, correva distaccata dai centri, nascosta tra i boschi; solamente Castiglione Alto e Gassino potevano essere colti in spiccato: il primo (insieme del castello e della chiesa) nello squarcio visivo d'una sella collinare, il secondo sia pro-cedendo verso Torino sia seguendo il cammino inverso: il viale che costeggia il "Castel-letto" costituiva quinta orizzontale laterale del profilo di Gassino, sul quale emerge-vano la cupola e il campanile della chiesa dello Spirito Santo.
Visti dal di dentro delle strutture insediative agglomerate gli ambienti si delineavano nei dettagli, denunciando ancor più marcatamente le trasformazioni cui quelle erano state soggette.
Dell'antica edilizia restavano rari "pezzi", reliquie di un passato denso di travagli. Un po' a causa della debole consistenza delle strutture portanti degli edifici due-trecenteschi, non di rado parzialmente costruiti con materiali lignei, un po' per gli incendi, le forzate demolizioni, i saccheggi, l'insufficiente manutenzione (povertà o trascuratezza dei proprietari), fatto sta che la nuova edilizia aveva soppiantato, poco a poco e quasi ovunque massicciamente, quella vecchia. In neppure centocin-quant'anni (parte della seconda metà del '600 e parte del '700) le cellule costitutive dei nuclei originari erano state pressoché interamente sostituite o trasformate. Fin dal tardo cinquecento, ad esempio, si era dato avvio alla ricostruzione delle strade porticate di Montanaro e Verolengo, rifatte un secolo dopo unitamente a quelle di Gassino Torinese e Chivasso. Frequenti i rifacimenti parziali, limitati al riordino dei locali interni e ad aggiustamenti delle facciate su via (ad esempio, via Torino a Chivasso), oppure gli interventi aggiuntivi (ampliamenti, sopraelevazioni) o riduttivi (demolizioni verso via), accompagnati o non da ricostruzioni (ad esempio, strada centrale di Montanaro, della seconda metà del '700).
In queste operazioni, svolte con la massima disinvoltura, l'accostamento del nuovo al vecchio non dava motivo a preoccupazioni. Capimastri, più o meno improvvisati, e architetti sviluppavano i temi loro assegnati con genuina sensibilità, riuscendo a inserire le loro opere nell'antico tessuto con gusto, talora con spigliata robustezza, senza che mai fosse alterato l'equilibrio dell'insieme.
Tra i molti esempi di inserimenti ne ricordiamo alcuni, salvatisi fortunosamente nonostante le incurie degli uomini e i danni del tempo. Chiese barocche inserite nel vecchio tessuto medioevale troviamo a Gassino Torinese (chiesa confraternita dello Spirito Santo all'incrocio dell'asse porticato con quello ortogonale secondario), a Volpiano (chiesa confraternita della B.V. dell'Immacolata, nei pressi della chiesa parrocchiale), a Chivasso (chiese confraternite del SS. Nome di Gesù e di S. Giovanni Decollato, nella centralissima via Torino, medioevale). Esempi di chiese innestate al limite di nuclei antichi si hanno a Rondissone (chiesa parrocchiale, alla giunzione del nucleo originario con quello della prima espansione), a Settimo Torinese (com-plesso della chiesa parrocchiale e della secentesca confraternita di S. Croce, sul bordo della spianata terrazzata su cui si erge il vecchio centro), a Montanaro e S. Benigno Canavese, che rappresentano due casi di eccezionale prestanza ambientale e paesaggistica.
A Montanaro, all'incrocio della via a portici (asse principale del nucleo antico) con l'asse secondario trasversale e a ridosso della lieve altura su cui sorge il castello, si apre una piccola piazza circa quadrata (m 30 X 30) aperta su tre lati; il quarto lato è chiuso dalle barocche chiese di S. Marta, vittoriana, e di S. Nicolao: deliziosa ed essenziale la prima, forte e classicheggiante la seconda; sul lato meridionale della piazzetta sbocca la via a portici, conclusa da edifici quattro e secenteschi di dignitosa modestia. Le due chiese compaiono quando si entra nella piazza, appena preannunziate a distanza dalla snella sagoma del campanile di S. Marta: l'effetto scenografico è nella via medioevale, nel suo percorso, nella sorprendente immagine terminale. A S. Benigno Canavese l'imponente chiesa abbaziale s'innesta, con prepotente sicu-rezza, sul fianco meridionale dell'antico ne etto; la minuta tessitura di questo, fran-tumata nella lineare successione delle piccole schiere, acquista - dall'innesto – più energico vigore; il ridottissimo spazio che separa l'alto fianco della chiesa, la fronte, l'abside, la forte torre campanaria, dalle modeste costruzioni adiacenti, si articola in slarghi e piazzette compenetrantisi, tesi ciascuno ad esaltare il tempio nell'equi-librio spaziale con gli edifici limitrofi. Dove spicca maggiormente il virtuosismo barocco è nel modo di comporre gli spazi, osservandoli dall'interno e dall'esterno. In questo caso la grande chiesa è evidenziata, all'esterno del nucleo, dal profilo delle cupole, del campanile, del timpano frontale e, osservando il complesso da ovest, dall'accostamento di queste linee, che si accavallano le une alle altre in morbidi intrecci, con quelli delle mura, delle case, della chiesa confraternita di S. Croce, incorporata tra le case del ricetto contro il lato ovest del recinto.
Nell'edilizia civile non mancano esempi di vivo interesse. Palazzotti di raffinata fat-tura, incastonati in quinte di case preesistenti, fra le quali risaltano senza peraltro oscurarne i disadorni motivi figurali, scopriamo con discreta frequenza a S. Benigno Canavese, Volpiano, Foglizzo, Montanaro, Chivasso, Verolengo, Brusasco.
Notevole Lauriano, col palazzo dei conti Morra di Lauriano, collocato a fondale della centrale "via Grande", ai piedi della collina; dietro, in secondo piano, si alza il poggio su cui campeggia un vecchio maniero (trasformato in cascina) detto “la Giustizia”; all'estremità opposta della via, isolata, l'antica chiesa dell'Assunta, ampia-mente rimaneggiata, e l'annessa torre campanaria, romanica. Potere religioso e civile sono emblematicamente effigiati nel tempio e nel palazzo, legati tra loro dall'asse generatore della struttura insediativa. La semplicità delle quinte edilizie, ridotte all'osso nell'espressione figurale, evidenzia il valore delle tre componenti (palazzo, via, chiesa), simbolicamente riunite (nobiltà, comunità, clero).
Altri esempi possiamo trarre dall'edilizia filantropica e conventuale (Chivasso, Mon-tanaro, Foglizzo): grosse cellule immerse con brusca prestanza nel minuto antico tessuto urbanistico, che ad osservarlo su una pianta sembra sconvolto dalla violenza dell'innesto. Dal punto di vista figurale, invece, l'asprezza dell'intervento è ancora assorbita dall'insieme ambientale, che rende morbidi linee, spazi, colori, impastati dal sapiente accostamento.
La "non emergenza" sembra la norma costantemente applicata in quell'epoca: pur non rinunciando a modi espressivi originali, ma dosati caso per caso, variati da luogo a luogo e puntualmente adattati alle preesistenze. Le emergenze, quando ammesse dalle funzioni dell'edificio e dall'ambiente, sono fatti eccezionali che esigono tratto e potenza di altrettanto eccezionale efficacia: la "rocca" di Verrua è al riguardo esemplare: l'allucinante costruzione dell'uomo sovrimpressa sulla natura era il sim-bolo della forza, dell'ambizione, se vogliamo dell'astuzia d'un piccolo stato votato a grandi destini.
Operare correttamente all'interno dei vecchi centri è molto difficile: esige capacità, più spesso una buona dose di modestia. Operare fuori, nelle aree di espansione èsolo apparentemente più facile: soprattutto quando non esistono norme né preordi-nazione degli interventi. Ciò che è successo in questi ultimi anni di corsa affannosa alla crescita urbana, sta a dimostrare l'assunto. Come ci si comportò nei secoli in esame conferma la notevole predisposizione di quelle generazioni al fare urbanistico ed edilizio corretto. Negli ambienti allora creati si scorge la memoria di una cultura radicata, mai dispersa neppure dalle squassanti lacerazioni prodotte da decenni di continue guerre. Coerenza figurale e funzionale possiamo cogliere negli amplia-menti di Rondissone, Montanaro, S. Benigno Canavese, Foglizzo, Lombardore, Torrazza, Brusasco, Lauriano, Monteu, Gassino Torinese, nei nuovi nuclei di Casamosso a Cavagnolo, di Airali a Casalborgone, di S. Rocco a Castiglione Torinese, di Arborea e Casabianca a Verolengo, di Casteirosso, Torassi, Cene e Boschetto a Chivasso. Dove però tale coerenza si manifesta con singolare evidenza è a Montanaro, Foglizzo e S. Benigno.
Montanaro e Foglizzo presentano analogie particolari, che per taluni aspetti potrem-mo estendere a Rondissone, nel qual centro, tuttavia, i modi espressivi risultano impoveriti, assolutamente privi di genialità, accentuatamente ridotti a mere carat-terizzazioni funzionali (sequenze di case agricole ripetute e modulate nella dimensione del lotto per l'unità famigliare).
A Montanaro e Foglizzo è rilevante, invece, l'equilibrio nella coralità tra modi insediativi e aspetti figurali. I grappoli delle espansioni si distendono sul terreno dise-gnando un modello di straordinaria portanza espressiva, giustamente indefinito nei margini esterni e concluso in quelli interni circostanti il nucleo antico, ordinato nelle
schiere egualmente ripetute, eppure vario, articolato e allineato al paesaggio e alla natura del terreno su cui giace. Una tessitura, quella di Montanaro e Foglizzo, non voluta né ricercata, ma sempre coerente nell'insieme dei suoi componenti. Scendendo all'interno delle strutture insediative ne appaiono ulteriormente evidenziati i valori figurali. Vi si scorge, infatti, un'ossatura portante delle strade principali, espressa nelle fronti continue di edifici mai eguali, qua e là intercalati - non interrotti - da episodi specifici, che si distinguono dalle comuni tipologie rurali (e sono il palazzotto, la chiesa confraternita, il portale in rilievo arricchito di decorazioni barocche). Insomma, qualcosa che effettivamente vale, che richiama alla mente una società complessa che sa riprendere le antiche culture rinnovandole nell'aspirazione di più evolute esigenze. 
Diversa la situazione di S. Benigno Canavese, dove l'influenza del potere abbaziale sembra smorzare le spinte creative della comunità, appianata - culturalmente e nei bisogni - da un regime di concessioni egualitarie, ma fortemente assoggettate all'antica autorità religiosa, qui dominante senza ombra di contrasti per oltre sette secoli. Come cessa, di fatto e di diritto, l'autoritarismo ecclesiastico, si sprigionano final-mente le nuove tendenze ed inizia l'effettivo rinnovamento del vecchio centro. Se ne ha sentore osservando la diversa qualità di grana delle cellule edilizie all'interno degli isolati. Le cellule con grana più piccola, frazionata, indicano la presenza di un mondo spezzettato in infiniti episodi, riconducibili alla figura della communitas rurale istituita dall'abbazia fruttuariense nell'undecimo secolo: un mondo di spettri, spazzato via da un pezzo da altri mondi progredienti. Le cellule con grana grossa e rada sono il segno dei tempi nuovi: proprietà individuale sufficientemente ampia, intraprendenza, rischi, gran voglia di avanzare socialmente, di moltiplicare con le iniziative i guadagni. Riportiamoci, ora, dentro la struttura insediativa e camminiamo con la necessaria lentezza nelle strade che la compongono. La differente dimensione e forma delle cellule edilizie è occultata dalla compatta successione delle fronti su via, unitariamente legate dal comune filo conduttore di un'esperienza plurisecolare, fon-data su matrici culturali mai negate né cancellate dal tempo. La continuità storica, nel caso specifico, trova un'altra conferma osservando dall'alto il vecchio centro di
S. Benigno Canavese, pressoché indenne da intrusioni che ne falsino la struttura. Flessuosamente articolata sul terreno (fa eccezione il nucleo del ricetto, rigidamente raccolto addosso alla massa del complesso abbaziale), l'antica struttura risalta per la sua unitaria compattezza, accentuata dalle superfici dei tetti susseguentisi in forme di rettangoli molto allungati e di poligoni, or più or meno spezzati in aggregazioni regolari minori. Nel complesso le caratteristiche della grana edilizia appaiono modi-ficate nella grana urbanistica. Il risultato, che è lo stesso di quello visto a proposito della figuralità del modello, riconferma la prevalenza dei "valori" corali sui "valori" individuali.

3. Le trasformazioni delle strutture insediative e del paesaggio dall'800 ad oggi.

3.1  Dal 1815 all'Unità d'Italia.

Nella prima metà dell'8oo Goffredo Casalis compilava il monumentale "Diziona-rio", offrendo un quadro abbastanza significativo delle condizioni del Piemonte in quello scorcio di secolo. Vi compaiono, ovviamente, anche i comuni del Chivassese, che risultano qual più qual meno sollecitati dalla ventata d'aria nuova seguita alla permanenza, per circa tre lustri, del governo napoleonico in Italia. Sebbene il Casalis taccia a questo proposito e si limiti a registrare i connotati essenziali di ogni comune, è presumibile che parecchie cose fossero cambiate in meglio, soprattutto nella condu-zione della terra, rimasta l'attività predominante in tutto il territorio.
pur vero che a Settimo Torinese, Chivasso, Verolengo vi sono ancora "paludi circondate da varie boscaglie" e "lagune" presso il Po; che nelle vaude di Lombardore e di Volpiano la sola attività che vi si esercita con profitto è la caccia; che Bendola, Malone, Orco e Po continuano a procurare gravissimi danni ogni volta che straripano; che Chivasso ha ben il 45% del suo territorio occupato da incolti (4,4 %), boschi (570 ha. e l'11,1 %) e corsi d'acqua (1.525 ha. e 29,5%) guai grossi certamente, non meno della sterilità del suolo a Castagneto, della scarsa irrigazione nella stessa Vol-piano, del pessimo stato di molte strade collinari specialmente nella cattiva stagione, delle periodiche emigrazioni di braccia da Monteu da Po verso la pianura vercellese nel periodo dei raccolti; ma compensati da un più decente livello medio di vita, spiegabile con la maggior redditività - in genere - dell'agricoltura, ormai assuefatta ai nuovi metodi di coltivazione del suolo, legati all'uso di tecniche e di strumenti finalmente moderni, dal riassetto delle opere irrigue nella pianura in sinistra Po, dalla regolarizzazione poderale e colturale della collina, promossa nella seconda metà del settecento e proseguita con notevole profitto nel secolo successivo.
Nella pianura spiccano i grandi cascinali nel mezzo di ampi poderi e nell'intreccio di più minute e regolari maglie di fossati, il cui disegno trae risalto dalle pianate di gelsi ai lati del loro tracciato. I campi aperti e i prati dilagano su aree molto estese, qua e là interrotti dai boschi residui, dalle fasce alberate lungo i corsi d'acqua arti-ficiali e naturali, dalle ultime paludi. Il "tenimento demaniale" della Mandria di Chivasso, con il massiccio edificio centrale e le cascine dipendenti, il geometrico taglio del reticolo stradale che evidenzia la divisione dei poderi, l'ordinata incisione dei canali secondari spioventi longitudinalmente dal canale di Caluso, forma l'esem-pio migliore dell'opera di bonifica e di valorizzazione intrapresa nella zona.
Nella striscia pianeggiante sulla riva destra del Po si fanno notare le trasformazioni causate dal recupero degli incolti e dal massiccio disboscamento, che la costruzione dei Canali Gazzelli (1824) e del Molino (1840) intendeva provocare. Più potente l'azione del primo, derivato dal Po presso Chivasso e destinato ad irrigare le aree a valle e ai lati dell'ex strada militare, finalmente sistemata per usi civili e nastro portante dello sviluppo dei territori attraversati. Il miglioramento di questa strada facilita i legami con Torino, donde proviene quella parte della nobiltà di corte e della ricca borghesia che, sull'esempio della generazione pre rivoluzione francese, impiega i propri capitali nell'acquisto di terre e, spesso, nell'erezione di nuove ville. Il Casalis segnala una decina di "abitazioni signorili" a Castagneto e aggiunge che a Sciolze vi sono "case assai belle con annessi giardini... proprie di distinte famiglie, dalle quali sogliono essere abitate nei bei mesi dell'anno". Sfugge tuttavia all'Autore la presenza di analoghe dimore a Castiglione Torinese, Gassino Torinese, Bussolino, Rivalba, S. Raffaele Cimena. Parrebbe, insomma, che il fenomeno della "villa" in collina, già visto nel tardo settecento, abbia preso consistenza diffondendosi nelle parti interne anche abbastanza lontane dalla grande strada pedecollinare; e con le ville lievitano i parchi, i giardini, e un più intenso e razionale sfruttamento dei terreni agrari, sui quali il proprietario sperimenta con profitto le nozioni apprese dalla letteratura agronomica dell'epoca.
Un segno delle più progredite condizioni sociali ci viene dalla presenza di "scuole pubbliche per l'istruzione dei fanciulli", che troviamo in tutti i comuni della pianura, a eccezione di Lombardore, ed a Brusasco, Castagneto Po, Cavagnolo, Monteu da Po tra quelli collinari. Ancora una volta, però, dobbiamo constatare il divario esistente tra pianura e collina: ed è nella collina dove persistono situazioni di maggiore arre-tratezza, non solamente sotto il profilo economico, dovuta al secolare distacco del comprensorio dai più evoluti centri di attrazione della pianura. Il Po è come una cesoia che taglia una parte dall'altra, una ferita larga e profonda che i pur numerosi porti fluviali esistenti non riescono a suturare. D'altro canto l'incidenza di Gassino Torinese, il centro più importante di destra Po, è minima: un paese un po' più grosso degli altri, non tale comunque da esercitare un'effettiva e duratura influenza e da produrre benefici effetti propulsivi nei confronti di territori ancora troppo lontani e difficili da accedervi.
Sullo sviluppo dell'industria c'è ben poco da aggiungere a ciò che s'è detto per il periodo precedente: dieci molini e venticinque macine, una concia di pelli e alcuni telai per tele di fili di canapa a Chivasso; due fabbriche di pettini di canna, quattro fornaci, sei fabbriche di stoviglie di scarso pregio, una concia di pelli a Montanaro, dove altre cento persone si dedicano alla raccolta dei cenci e parecchi sono i tessitori ed i muratori; S. Benigno è il centro più industriale, con venti filatoi in funzione e oltre mille operai impiegati; a Settimo una sola manifattura, dei Minori Osservanti di  S Tommaso di Torino, per la produzione di stoffe per frati ed ecclesiastici; in destra Po il Casalis accenna alle solite cave e fornaci di Gassino Torinese e Monteu da Po. Le prospettive di una crescita dell'attività industriale sembrano lontane, impensabili: tutto è molto legato alla tradizionale attività agricola, assoluta dominante nell'eco-nomia locale: persino l'elevato numero di maestranze, quasi tutte femmine, impiegate nei filatoi di S. Benigno pare confermare la preoccupazione di non sottrarre braccia ai lavori dei campi, specialmente quando la maturazione dei prodotti richiede lo sforzo collettivo di provvedere con rapidità alla loro raccolta.
La lunga pace e l'allontanamento dei pericoli di invasioni seguiti al trattato di Vienna del 1815, l'immissione di capitali freschi nelle campagne, il ravvivarsi dei commerci interni, conseguente soprattutto alla maggior sicurezza dei traffici e al miglioramento delle strade più importanti 50, incidono positivamente sul livello demografico delle popolazioni: tra il 1806 e il 1861 si registra, infatti, un aumento di 17.565 abitanti, dei quali I 1.870 nel settore di pianura, 4.063 nel settore pedecollinare e 1.632 nel settore collinare interno.
L'aumento di popolazione comporta un'intensificazione dell'attività edilizia, che si manifesta in due modi:
? mediante il rinnovamento e l'ampliamento delle abitazioni nei vecchi centri, spe-cialmente di quelle povere case secentesche costruite tra una guerra e l'altra con materiali scadenti (murature di mattoni mal cotti misti a ciottoli di fiume, pietre tufacee grossamente squadrate, spezzature di massi, legati con fango o calce dolce e molta sabbia) e perciò ormai largamente obsolete;
? mediante nuove costruzioni nelle aree libere dei vecchi centri (Chivasso, Vero-lengo, Volpiano, Gassino Torinese, dove si utilizzano le aree di colmata dei fossati; Settimo Torinese, Lombardore, S. Benigno Canavese, Montanaro, Foglizzo, Bru-sasco, nei quali concentrici - già ampliati nel settecento - l'occupazione delle aree libere continua con l'erezione di cascinali e cellule abitative in affitto ai salariati) oppure in aree ad essi limitrofe, lungo le strade principali e le molte carrarecce di accesso ai campi.
I valori delle aree fabbricate restano contenuti, non discostandosi da quelli praticati per i terreni agricoli, e le tipologie degli edifici non variano da quelle rurali consuete rispettivamente nei centri di pianura e nel territorio collinare. L'unica differenza si ha nell'ampiezza dei lotti e nella dimensione planimetrica delle costruzioni: ora più piccole rispetto alle grandi cascine settecentesche, indicative di forme capitali-stiche di più ampie proporzioni.
Ed eccoci a trattare un argomento veramente nuovo, che è alla base delle trasforma-zioni del successivo cinquantennio, destinate poi a ripercuotersi con crescente inci-denza per parecchi decenni sulla vita delle comunità.
A metà secolo prende avvio l'impianto della rete ferroviaria in Piemonte. Dopo la linea Torino-Genova (1848-1853) è la volta, nel 1857, della linea Torino-Ticino e nel 1858 della linea Chivasso-Ivrea. L'avvenimento è forse seguito, dapprima, con curiosità e malcelata apprensione. Probabilmente non ci si rende conto ne' della sua portata rivoluzionaria ne' dei limiti che il tracciato di quelle linee poneva all'e-spansione dei centri abitati. Nessuno, ideatori e progettisti compresi, è in grado di valutare le conseguenze. La ferrovia è considerata un mezzo per legare celermente città importanti e per organizzare la difesa del paese attraverso il rapido sposta-mento di truppe: non per nulla si dà la precedenza alle linee per Alessandria e il Ticino. Poiché bisogna seguire il percorso più corto e meno costoso, nel caso della linea Torino-Ticino la logica del tracciato vuole che si passi per Settimo-Brandizzo-Chivasso parallelamente alla grande strada padana, abbandonata a Chivasso per filare diritto fino a Santhià e di qui a Vercelli-Novara.
La linea di Ivrea presenta caratteristiche diverse: è il primo tronco per la valle d'Aosta, alla base dei valichi del Grande e del Piccolo S. Bernardo: i suoi scopi sono essenzialmente commerciali. Poiché il tracciato non può prescindere dalle caratteristiche topografiche dei terreni attraversati, lo si fa passare per Montanaro e Caluso, formando una prima grande curva tra Chivasso e Montanaro e una seconda tra Montanaro e Caluso, centri di un certo peso nell'economia e nella demografia del territorio.
Queste due linee ferroviarie riaffermano l'importanza nodale di Chivasso, ma non producono lì per lì effetti di qualche consistenza nello sviluppo del Chivassese. Sorge, piuttosto, l'esigenza di saldare i vecchi centri dei comuni alla stazione ferroviaria, punto di attrazione negli spostamenti degli utenti. Nascono così le "vie alla sta-zione", che uniscono in linea retta l'asse principale dei vecchi centri di Settimo Torinese, Brandizzo e Chivasso al piccolo piazzale antistante l'edificio viaggiatori della stazione, mentre a Montanaro il legamento è ottenuto prolungando l'asse est-ovest generatore dell'espansione orientale settecentesca.
Le ferrovie e queste "vie alla stazione sono i primi, timorosi preannunci di più vaste trasformazioni, cenni di un movimento che non tarderà a divenir tumultuoso.
Il paesaggio, intanto, subisce anch'esso le sue variazioni, per ora prevalentemente figurali: la ferrovia determina un nastro rettilineo, solitamente in rilievato nella pianura, che attraversa la campagna incurante dei confini di proprietà e delle pree-sistenze lottizzative, poderali e paesaggistiche. Lo stesso convoglio ferroviario, correndo sulle rotaie, introduce un elemento dinamico nel paesaggio e chi fruisce del mezzo è indotto a osservare il paesaggio stesso in movimento, con criteri tutt'affatto diffe-renti da quelli consueti: un'esperienza esaltante, che dà all'uomo di metà ottocento la sensazione di essere partecipe di un'avventura dalle conclusioni imprevedibili.

CONTINUA......

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