|
3.2
Dal 1861 al 1901.
Tra il 1867 e il
1878 sono dati alle stampe gli otto volumi di Antonino Bertolotti sulle
"Passeggiate nel Canavese" (ed. Tipografia di F. L. Curbis, Ivrea, e Tipografia
della Gazzetta di Torino, 1867-1878). Le annotazioni dell'Autore riguardano
i comuni in sinistra Po. Dalle sommarle descrizioni che vi si leggono non
parrebbe che vi siano state mutazioni notevoli rispetto alla fine del periodo
precedente.
Il territorio e
i concentrici di Lombardore, Volpiano, S. Benigno Canavese, Foglizzo, Montanaro,
Rondissone, Verolengo, Brandizzo conservano intatte le preminenti caratteristiche
rurali di trent'anni prima; nonostante l'aumento di popolazione, gli ulteriori
miglioramenti della rete stradale, l'istituzione di servizi di "omnibus"
a cavallo tra i centri e Torino, di asili infantili, di società
di mutuo soccorso ed operaie a Volpiano, Rondissone e Brandizzo, di nuove
classi nelle scuole pubbliche elementari.
Trattasi di fermenti
appena in boccio, che il Bertolotti registra con distaccata non-curanza,
quasi fossero questioni estranee alla comune mentalità borghese
dell'epoca.
Nello stesso modo
ricorda nel suo taccuino l'esistenza di fornaci di mattoni e tegole a Volpiano,
Lombardore (2), Montanaro (4), Torrazza (6), e il forte calo di occupa-zione
nei filatoi di seta di S. Benigno Canavese, ridotti a 6 rispetto ai 20
denunciati dal Casalis. Si sofferma, invece, sulla produzione agricola,
rilevando la diffusione delle colture cerealicole e della canapa nella
maggioranza dei comuni e la riduzione di quelle viticole. Il paesaggio
di questi otto comuni sembra essersi assestato a metà ottocento,
salvo una certa qual crescita dei concentrici a causa del lieve incremento
demografico da essi avuto.
Settimo Torinese
e Chivasso, invece, svolgono un ruolo a sé, che gli viene dall'essere
avvantaggiati dalla posizione, più ancora che dall'esistenza della
ferrovia. A Set-timo Torinese, bonificate le paludi, compaiono le distese
dei prati, puntinati dalle case sparse dei lavandai e "biancheggianti a
quando a quando di panni stesi al sole e all'aria in file ordinate"; a
nord, in regione Moglia (e il nome vale per stagni e acquitrini), tra i
querceti cedui si scorgono campi arati, piccoli cascinali, qualche fornace
di mattoni; diffuse le coltivazioni di cavoli, curate "in forma di giardini"
nelle aree prossime al concentrico e venduti con profitto sui mercati di
Torino, di Chivasso e del Canavese. Pure in campo industriale si son fatti
passi in avanti: un certo Bellacomba impianta "uno stabilimento piuttosto
raro" di broccati per chiese e di tessuti orientali occupandovi 84 operai;
un altro signor Gallo impiega un centi-naio di persone nella cernita e
manipolazione degli stracci di lana; in un cotonificio lavorano 45 dipendenti
e in un grande moderno mulino "a foggia americana", che sorge imponente
verso Po, una cinquantina di braccianti. La vicinanza a Torino è
il fattore propulsivo dello sviluppo, e delle trasformazioni, di Settimo
Torinese. L'industria e lo stesso artigianato della lavanderia, che osa
rivaleggiare - dice il Ber-tolotti - con "l'antichissima di Bertolla",
ne traggono i maggiori benefici.
Non meno cospicue
sono le variazioni a Chivasso, dove peraltro continuano a preva-lere, con
le attività agricole, quelle terziarie. L'aumento di circa mille
abitanti in vent'anni (da 8.647 nel 186i a 9.623 nel 1881) evidenzia una
dinamica demografica leggermente inferiore rispetto alla media dei comuni
in sinistra Po, ma comunque tale da porre problemi di espansione del concentrico,
che costituisce l'area di prin-cipale attrazione. Un incentivo all'accrescimento
si ha nella ferrovia (nel 1872 si è aggiunta alle linee per Ticino
e per Aosta la linea Chivasso-Casale Monferrato) e nella costruzione del
canale Cavour, i cui impianti di derivazione dal Po sono situati in Chivasso,
a sud-est del vecchio centro. In questa impresa, che per alcuni anni (1863-1866)
impiega un elevato numero di maestranze, molte delle quali non specia-lizzate,
Chivasso è tra i centri motori dell'organizzazione per i lavori
nei cantieri che si aprono lungo il tracciato dell'opera. Vi sono pertanto
richiamati ferrovieri, tecnici e operai, parecchi dei quali vi si trasferiscono
con le famiglie. La città si amplia a sud, sulla scorta di un piano
di allineamenti viari, nelle aree recuperate alla palude tra il concentrico
e il Po, a nord verso la ferrovia e a ovest, dov'è collocato il
mercato. Il viale della stazione si prolunga a nord, oltre la ferrovia,
sulla direttrice di Caluso del nuovo cimitero. Più in generale,
il discorso torna alla ferrovia, ormai affermata come mezzo di comunicazione
per i trasporti di merci e passeggeri nelle medie distanze. Quel suo tracciato
quasi a ridosso dei vecchi centri propone parecchie questioni ai comuni
di Settimo Torinese, Brandizzo, Chivasso e Montanaro. Nel paragrafo prece-dente
s'è parlato di "taglio" e di "sbarramento". Il taglio del territorio
ha come conse-guenza la forzata separazione delle case di diverse famiglie
contadine dai poderi ubi-cati al di là della ferrovia: sono interessati,
di solito, piccoli proprietari coltivatori che - dopo un certo periodo
di esperienza negativa - preferiscono trasferirsi oltre la barriera ferroviaria,
non discosto dal concentrico e nella direzione dei fondi agricoli della
loro azienda. Il fenomeno si riscontra a Brandizzo e Montanaro; più
tardi, con la costruzione della linea del Canavese, anche a Volpiano. Piccole
enucleazioni di case rurali si formano nei pressi delle strade che attraversano
la ferrovia vicino al centro principale: lo scotto del momentaneo vantag-gio
di questi gruppi di nuclei di contadini sarà pagato a distanza di
tempo, quando col mutar dei bisogni - tornerà a farsi sentire l'esigenza
d'un contatto diretto col vecchio centro, nel quale sono addensati i servizi
indispensabili alla vita della comunità. Nel 1901, al termine del
periodo in esame, la popolazione dell'insieme dei comuni risulta in lieve
diminuzione rispetto al 1881: in aumento Settimo Torinese (+968 ab.), Brandizzo
(+350 ab.), Volpiano (+1.006 ab.); statici Chivasso, Verolengo - Torrazza,
Montanaro, Lombardore e Foglizzo; in decremento S. Benigno Canavese(-516
ab.) e Rondissone (-215 ab.). Un ventennio di stanca, parrebbe, e di riflessione
sulle cose fatte, sulle loro conseguenze. E tra le cose fatte si ricordano
la ferrovia Torino-Settimo Torinese-Rivarolo (inaugurata nel 1865 nel tratto
Torino-Settimo Torinese e completata nel 1887 fino a Castellamonte); la
tranvia a vapore Torino-Settimo Torinese, costruita nel 1881 a lato dell'antica
strada dell'Abbadia di Stura; i ponti in muratura sul Po di Chivasso (1870
circa) e Crescentino (1897-99), che dopo secoli di attese uniscono finalmente
le due parti separate del Chivassese con gran sollievo delle popolazioni
collinari e indubbi benefici nelle reciproche relazioni. In questo periodo
si rafforza da un lato la potenza attrattiva di Torino che, superato
il momento critico
del trasferimento della capitale prima a Firenze (1865) e poi a Roma (1870),
si prepara al decollo industriale; dall'altro le campagne si attestano
sulle posizioni raggiunte, tutt'al più cercando di affinare la pratica
delle colture ed esten-dendo i sistemi delle rotazioni alla massima superficie
possibile delle aree coltivabili; infine anche le strutture insediative
sembrano aver raggiunto un loro equilibrio in estensione nei confronti
del territorio dei comuni: piuttosto modesti gli ampli amenti dei concentrici,
immutati i centri secondari e i nuclei rurali.
Solamente Settimo
Torinese e Volpiano fanno eccezione alla regola. Nel primo gli edifici
residenziali d'affitto si allineano sulle vecchie strade all'uscita dal
centro, talora intercalati da quelli industriali (manifatture di stoffe
Gamma, Pagliero, Mina e vari bottonifici); nelle zone di recente bonifica
si moltiplicano le case sparse dei lavandai nelle regioni Vaglié,
Chiomo, Moglia, Paradiso. Nel secondo, assurto ai ruolo di comune "dormitorio"
dopo l'entrata in funzione della ferrovia canavesana nuove costruzioni
rurali sorgono a sud, sud-ovest, nord e ad est della linea ferroviaria
e si trasformano quelle del vecchio centro in abitazioni residenziali per
gli opera; pendolari impiegati nelle industrie torinesi.
Nel frattempo prosegue
il parziale adattamento dei vecchi edifici nei concentrici dei comuni attraversati
dalla ferrovia: un'azione molto lenta, tesa solo al profitto e scarsamente
incidente nelle strutture edilizie ed urbanistiche tradizionali. Un cenno
a sé merita l'oltrepò, dove si constata l'arresto dell'aumento
della popola-zione, fenomeno cui nulla può opporsi, sembrerebbe,
almeno in quello scorcio di secolo. Persino i centri pedecollinari presentano
pericolosi sintomi di sclerosi, che l'assenza di iniziative industriali
tende ad accentuare. La tranvia a vapore, inaugu-rata nell'ultimo quarto
di secolo, non giova a risollevarne le sorti: parrebbe, anzi, un incentivo
fatto apposta per facilitare l'esodo della popolazione agricola verso la
pia-nura, premessa al successivo passaggio alla grande città.
3.3
Le grandi trasformazioni moderne: dal 1901 al 1969.
3.3.1
Generalità.
In poco più
di cinquant'anni, dall'inizio del secolo XX ad oggi, l'ambiente del Chi-vassese
acquista una fisionomia completamente diversa nei confronti del passato.
Si vien delineando, a ritmo via via accelerato, il volto di un territorio
letteralmente traumatizzato dai fenomeni di accrescimento del grande centro
industriale. Paesi che assumono la dimensione di città, nuclei agricoli
che diventano sobborghi o peri-feria dei primi, grandi estensioni di terre
coltivate trasformate in grosse strutture insediative, cascine che scompaiono,
poderi coperti da migliaia di metriquadrati di capannoni industriali, altissime
ciminiere e torri di stabilimenti tesi nel cielo, impo-nenti autostrade
lanciate diritte nella pianura, le strade percorse ogni giorno da decine
di migliaia di autoveicoli e centinaia di migliaia di persone in movimento
frenetico da una parte all'altra del territorio, il paesaggio che cambia
continuamente e con una rapidità che non consente indugi se si pretende
di dominarlo e di dargli un volto quanto meno confacente ai grandi progressi
compiuti in ogni campo delle atti-vità umane.
Questo periodo,
straordinario negli eventi e nelle trasformazioni, comprende due fasi:
l'una, di avvio, in cui si comincia a cogliere i frutti delle opere infrastrutturali
impiantate nel periodo precedente, e che va dal 1901 al 1951; l'altra,
più recente e tuttora in corso, in cui tutti i fenomeni acquistano
velocità e intensità crescenti, tanto da dar l'impressione
di non riuscire né ad afferrarli nella loro interezza e complessità
né a saperli controllare. La prima è una fase di decollo,
le operazioni sono effettuate impiegando il tempo necessario e servendosi
di mezzi molto comuni, facili da mano-vrare; la seconda è una fase
di volo, ma alla guida del difficile apparecchio il pilota ha ancora troppo
scarsa dimestichezza con i complicati congegni che gli tocca mano-vrare:
il risultato è un volo disordinato, denso di incognite pericolose.
Vediamo ora, distintamente,
cos'è successo nella prima fase e cosa sta succedendo nella seconda.
3.3.2
Cinquant'anni di preparazione.
In apparenza i cambiamenti
che si hanno nel Chivassese tra il 1901 e il 1951 sono irrilevanti: i dati
statistici, si è visto, indicano forti variazioni quantitative nella
demografia e nella composizione professionale della popolazione nei comuni
in sinistra Po sulla direttrice nord est di Torino e in alcuni, non tutti,
del settore pedecollinare. Le cifre, però, tradiscono spesso la
realtà e vanno lette e interpretate con prudenza. In effetti quelle
variazioni sono concentrate in aree ristrette e la dominante paesaggistica
resta la campagna, pressocché immutata nei suoi componenti.
I concentrici di
Settimo Torinese, Brandizzo, Volpiano, Castiglione Torinese, Gassino Torinese,
meno quelli di Chivasso, Montanaro, S. Benigno Canavese, diventano sobborghi
di Torino. E del sobborgo della grande città hanno le caratteristiche:
qualche industria (solitamente piccola e media, ad eccezione di Settimo
Torinese che ne ha una di grandi dimensioni), vivaci movimenti pendolari
con Torino, svi-luppo edilizio appena discreto o addirittura inesistente,
immigrazione o mobilità della popolazione residente, una figuralità
ambientale ferma su livelli piuttosto mode-sti, un ambiente socio-culturale
appena passabile.
Settimo Torinese
è il comune dove i fenomeni hanno un piglio più sicuro e
una co-stanza di andamento non rilevabile negli altri. Fin dal 1907 vi
si insedia un impor-tante stabilimento chimico (Schiapparelli, poi Farmitalia
dal 1934), nel 1914 il colorificio Paramatti e nel 1919 lo stabilimento
Magliola per la costruzione di carri ferroviari. Il primo e il terzo occupano
vaste aree a nord della ferrovia, il secondo a ovest del concentrico, lungo
la strada statale 11. A Settimo Torinese giungono, tra il 1916 e il 1918,
numerose famiglie sfollate dal Veneto; una corrente migratoria che continua
dopo il 1919 e dura fino al 1961, sollecitata dalle buone prospettive di
espansione dell'industria e dalla notevole comodità dei trasporti
pubblici di lega-mento con Torino, dove le occasioni di lavoro risultano
aumentate dal forte svi-luppo dell'industria automobilistica. Alla vigilia
della crisi economica del 1929-30 il centro di Settimo ha la forma d'un
fuso allungato da ovest ad est, un. poco rigonfio a nord oltre la ferrovia;
gli interventi edilizi consistono in qualche casa d'affitto, che se ha
tre piani fuori terra son tanti, in moltissime casette unifamiliari distribuite
a piccoli grappoli nelle aree esterne ed in parecchi rifacimenti, sistemazioni,
ammoder-namenti nella parte vecchia. I nomi di Borgo Nuovo, presso la Schiapparelli,
e Borgo Provinciale, verso Torino a sud della strada dell'Abbadia di Stura,
sono ormai familiari ai settimesi, che individuano in essi le zone di nuovo
impianto.
Ci son però
voluti cinquant'anni per raddoppiare la popolazione e quasi quadruplicare
la superficie delle aree urbanizzate, peraltro ben circoscritte dalla ferrovia
e dalle industrie al nord, dal ciglio del terrazzamento d'appoggio del
vecchio centro a sud, con rari insediamenti sparsi (piccole industrie,
case d'abitazione, laboratori di lavandai) nelle altre direzioni. Circa
novemila abitanti accentrati non sono molti: un grosso quartiere, che nel
caso specificato ha il difetto di essere disperso su un'area troppo vasta,
mal strutturato, senza un'ossatura che aggreghi le diverse cellule che
lo formano. A mala pena si distinguono tra loro, all'interno, le parti
che lo compon-gono, separate l'una dall'altra dalle grandi infrastrutture
(ferrovia, tranvia, strada statale). All'esterno il paesaggio di contorno
è sostanzialmente identico a quello di fine ottocento. Visto a conveniente
distanza, il profilo della struttura insediativa presenta l'unica variante
delle ciminiere delle industrie: una nota di verticalità che le
tozze torri del castello e del campanile della chiesa parrocchiale non
riuscivano ad offrire; ma le emergenze visive rimangono fisse in queste
due torri, simboli dell'antica comunità. Mutano invece i riferimenti,
o per dir meglio se ne aggiungono di nuovi ai pochissimi della tradizione
(ossia alla piazza della chiesa, a S. Pietro al cimitero, alla stazione
ferroviaria e tranviaria): le piazze delle scuole e del mercato, la via
Roma, costituiscono punti e nastri di riferimento, cui si ricorre per gli
incontri; ma la via maestra, la grande strada di attraversamento est-ovest,
rimane nel tratto cen-trale - l'asse di aggregazione del commercio
locale.
Ci si è soffermati
su Settimo Torinese perché è il comune che offre modificazioni
di maggior entità e significanza. Negli altri di cui si è
detto le modificazioni sono ovun-que attenuate dalla minor dinamica dei
fenomeni demografici e dallo scarso sviluppo industriale. Chivasso, ad
esempio, pur avendo nel 1951 una popolazione superiore a Settimo Torinese,
ha nel concentrico solo 8.074 abitanti; un aumento di appena 2.500 abitanti
circa rispetto al 1901, distribuiti lungo la statale 11, la via verso il
Po e tra la ferrovia e il vecchio centro. A Brandizzo l'aumento di 1.100
abitanti è con-tenuto a ovest del vecchio centro sulla direttrice
di Settimo Torinese; a Volpiano, Montanaro, S. Benigno Canavese c è
addirittura diminuzione di popolazione e chi lavora a Torino abita nelle
vecchie case, aggiustate alla men peggio.
In destra Po, superate
le incertezze del ventennio 1901 - 1921, si osservano gli effetti positivi
della industrializzazione in Castiglione Torinese e Gassino Torinese a
par-tire dal 1921. Si impiantano la fornace Salpi a Castiglione Torinese,
lo stabilimento Sobrero e la distilleria Savio a Gassino Torinese. Vicino
alle fabbriche e lungo le strade di Castiglione, di Casale Monferrato e
sulla via vecchia per S. Raffaele, sor-gono nuove abitazioni. Altre si
costruiscono attorno al concentrico di Gassino, a nord e a sud di esso.
In territorio di Castiglione Torinese si manifesta la tendenza, più
accentuata in seguito, ad unire a nastro il nucleo di La Rezza con Aie
e Casti-glione Alto. In complesso l'espansione di centri e nuclei presenta
già quella che sarà più tardi la caratteristica essenziale
della crescita urbanistica dei due comuni: il disordine, visibile nella
figuralità dell'ambiente e nella frammentarietà degli interventi.
Il punto più
importante delle trasformazioni sta comunque nel fatto che per cinquant'anni
il territorio del Chivassese è come avvolto da un'atmosfera prerivoluzionaria.
Nei concentrici, e persino nelle campagne, si diffondono poco a poco
gli stimoli provocati dalla grande città, dal suo irresistibile
richiamo, che permea il sottofondo delle speranze di quanti ne sono ancora
lontani, isolati nel mondo ostile d'una terra difficile. questa è
la vera, profonda trasformazione che né le cifre né le carte
denun-ciano: l'uomo che acquista coscienza della propria dignità,
e di poter avere di più dal proprio lavoro, che vede nella città
un riferimento, una meta da raggiungere, poco importa se andandoci e fermandosi
o se quella meta egli venga realizzando dov'è, riproducendo in qualche
modo le condizioni colà esistenti. Obbligo scolastico, radio, impiego
nell'industria, sfollamento bellico, contribuiscono a creare quella coscienza,
a maturare le scelte, a preparare l'ambiente adatto per il balzo successivo.
Il paesaggio umano, in questa fase, prevale sul paesaggio fisico e sugli
aspetti figurali di esso: in fondo è il vero artefice delle travolgenti
trasformazioni della fase successiva.
|