ROTARY CLUB
CHIVASSO
Distretto 2030 R.I.

IL CHIVASSESE ATTRAVERSO
I SECOLI
(PARTE V)

                         .
                                   .  HOMEPAGE
 
 

3.3.3 Espansione urbana e paesaggio.

Al censimento del 1951 la popolazione del Chivassese era distribuita in 62 centri, nei quali risiedevano 54.365 abitanti, pari al 74,8% della popolazione totale; altri 18.365 abitanti dimoravano in nuclei e case sparse.
Al censimento del 1961 gli abitanti in quegli stessi centri sono 70.449 (pari all'82,6% della popolazione totale), con un aumento in valore assoluto di 16.134 abitanti e percentuale del 29,7.
Al 31/12/1967, supposto che sia rimasta invariata la quota di popolazione residente nei nuclei e nelle case sparse al censimento del 1961 (arrotondata in abitanti 14.828), quella pertinente ai centri è di abitanti 99.000, con un ulteriore aumento di 28.500, pari al 40,5% rispetto al 1961.
Attualmente si può ritenere con sufficiente attendibilità che gli abitanti dei centri del comprensorio abbiano superato la cifra di centomila.
Invero, i 62 centri rilevati all'epoca del censimento hanno ampiezza demografica, dimensioni spaziali e caratteristiche qualitative molto differenti tra loro. Vediamone
i dati relativi all'ampiezza demografica, da cui è desumibile una prima indicazione sulla dimensione spaziale (cfr. anche le Tavole 9 e 10, che rappresentano l'area occupata nel 1951 e nel 1967 dai centri e, inoltre, la Tavola 3, che rappresenta la popolazione nei centri e nei nuclei nel 1961).
Nel 1961 14 centri hanno una popolazione inferiore a 100 abitanti, 27 tra 101 e 500 abitanti, 8 tra 501 e 1.000, 7 tra 1.001 e 3.000; sono superiori a 3.000 abitanti i cen-tri di Settimo Torinese (16.198), Brandizzo (4.007), Chivasso (11.806), Volpiano (4.933), Montanaro (4.290), Gassino Torinese (4.613).
I centri fino a cento abitanti sono tutti situati in destra Po, salvo la frazione dei Mezzi di Settimo Torinese (63 abitanti).
Il comune della pianura che ha il numero più elevato di centri (ben sette su dieci) con meno di 500 abitanti è Chivasso; sempre nella pianura il centro di Fornacino di Settimo Torinese ha 16ì abitanti, Borgoregio, in comune di Torrazza Piemonte, 488 abitanti, Busignetto e Arborea, in comune di Verolengo, rispettivamente 214 e 192 abi-tanti; gli altri 16 centri della classe tra 101 e 500 abitanti appartengono alla collina. In sinistra Po hanno una popolazione tra 1.001 e 3.000 abitanti i centri di Castel-rosso (1.576) in comune di Chivasso, Foglizzo (2.058), Rondissone (1.426), S. Beni-gno Canavese (2.412), Torrazza Piemonte (1.227), Verolengo (2.026) e in destra Po il centro di Castiglione Torinese (1.709).
Questa situazione conferma i rilievi fatti sulla crescita delle antiche strutture insedia-tive, che trovano nella parte piana le condizioni più idonee per ampliarsi, determi-nando sovente un processo naturale di accelerata agglomerazione in presenza di flussi migratori provenienti dall'esterno del territorio comunale.
Tra il 1961 e il 1967 tale processo ha assunto proporzioni grandiose a Settimo Tori-nese, notevoli a Brandizzo, Chivasso, Volpiano, ma anche a Castiglione Torinese e Gassino Torinese, discrete in altri centri che erano rimasti quasi stazionari nel decen-nio precedente (Rondissone, Montanaro, Lombardore, Cavagnolo). Contemporaneamente alla crescita più o meno tumultuosa dei centri si verifica una serie di altri fenomeni che, operando congiuntamente, causano profonde variazioni all'assetto del territorio e al paesaggio. La grande Città, causa prima dei rivolgi-menti recenti, esplode fuori dei suoi confini. quelle parti del Chivassese in sinistra Po che sono aggredite frontalmente dall'esplosione cambiano fisionomia nel volgere di pochi anni. In qual modo questo sia avvenuto possiamo riassumere nei punti seguenti:
1 - le aree urbanizzate vengono dilatate nelle più disparate direzioni, anche a note-vole distanza dai centri principali. Non v'è strada esterna ai centri, per quanto secon-daria, che non abbia almeno un gruppetto di case o un'industria. Esemplari, al riguardo, sono gli ampliamenti dei centri di Settimo Torinese, Brandizzo, Chivasso, Volpiano (cfr. schemi nelle schede relative): in ognuno di essi l'area abitata si estende a macchia d'olio attraverso la successiva aggregazione dei nuclei costruiti lungo tutte le arterie, comprese le strade vicinali, di adduzione al centro; di certi ostacoli artificiali, un tempo ritenuti invalicabili (ad esempio la ferrovia, l'autostrada), non si tien conto affatto o, meglio, le spinte alla crescita sono così potenti da farli sembrare trascurabili.
2 - Si impiantano nuove industrie lungo strade di legamento tra centri (si citano ad esempio la zona industriale di S. Mauro Torinese e della Famolenta di Torino tra la Barca in Torino e Settimo Torinese; gli stabilimenti Pirelli e Giustina tra Stura di Torino e Settimo Torinese; gli stabilimenti Fram, Ceat e altri minori tra Settimo Torinese e Brandizzo; depositi e piccole industrie tra Brandizzo e Chivasso; lo sta-bilimento Bosio tra Castiglione Torinese e Gassino Torineseecc.). Sovente in assenza di disciplina urbanistica, l'industria, attrae nelle vicinanze o addirittura at-torno, residenze ed edifici destinati ad attività collaterali (piccolo commercio, piccolo artigianato di servizio e di produzione). Più o meno rapidamente si forma una catena di nuclei residenziali, o misti residenziali e industriali, intramezzati a volte da industrie grandi e medie e da spazi liberi (campi e prati semiabbandonati);
3 - nell'uso del territorio la promiscuità è un fatto comune: industria, residenze, commercio, servizi, agricoltura coesistono in una specie di biblica babele senza confini;
4 - il disordine formale, di cui la promiscuità d'uso del territorio è concausa, dilaga nelle agglomerazioni urbane e nelle campagne. Case d'abitazione e capannoni, edifici scolastici, chiese, vecchie cascine e condomini, ragnatele di straducole e strade campestri elevate al rango di assi di quartiere, accavallarsi di stili architetto-nici, uso e abuso di ogni materiale: è tutto un campionario di accidenti edilizi ed urbanistici disuniti e penosamente brutti, novità rovinose per il paesaggio e l'ambiente; 
5 - inesorabile è il decadimento del paesaggio agricolo dovunque si siano verificate espansioni di qualche importanza. Molti poderi riesce difficile coltivarli per scarsità di mano d'opera capace, ma non son poche le aree lasciate in desolante trascuratezza perché si spera di venderle al prezzo di aree fabbricabili. Nella fascia di territorio tra Settimo Torinese, Chivasso e Volpiano, ad esempio, il paesaggio sta trasforman-dosi in una sorta di landa e i vecchi cascinali settecenteschi deperiscono di anno in anno, cadenti reliquie di un mondo scomparso; qua e là, sofferenti e isolati, altis-simi pioppi osservano, vegliardi, lo sfacelo;
6 - dove l'agricoltura ha ancora un proprio peso nell'economia locale e l'industria non è intervenuta massicciamente nella trasformazione dell'ambiente (S. Benigno Canavese, Foglizzo, Montanaro, Verolengo, Torrazza Piemonte, Rondissone), il paesaggio agricolo è ora animato dal muoversi delle macchine, indispensabili ausi-liarie del lavoro dell'uomo; le colture più diffuse restano le medesime di metà secolo, ma tendono ad aumentare le superfici a prato, ad orti e pioppeti;
7 - i vecchi centri, chiamati ad assolvere funzioni diverse da quelle originarie e a servizio di una popolazione enormemente cresciuta, precipitano in rapido declino. Pressati dalle espansioni, che li chiudono in una morsa senza scampo, le antiche strutture insediative, dopo aver retto bene allo sforzo fino intorno al 1956-57, cedono all'improvviso, non appena si profilano i vantaggi della centralità e crescono a dismi-sura i valori delle aree.
Frequenti gli abbattimenti di vecchie case, sostituite con edifici pluripiani di intenso sfruttamento, assolutamente ignari delle preesistenze. Si osservino le fotografie aeree di Settimo Torinese, Brandizzo, Chivasso, Volpiano: un mare di cemento stringe d'assedio i vecchi centri, soffocandoli, e dentro ci troviamo il condominio o i condo-mini nei punti più impensabili, nelle piazze, lungo gli assi principali, nei vicoli, accanto a chiese e palazzi barocchi, a modeste casupole di due o tre piani, a poveri cascinali in paziente attesa di far la fine del cascinale vicino. Ovvio che il condominio non manchi neppure a Torrazza Piemonte, Verolengo, Montanaro, Rondissone, S. Be-nigno Canavese; gigante in mezzo a pigmei, si diceva che era il simbolo della civiltà urbana. Si diceva anni fa, prima del "decollo" urbanistico di questi centri; poi - dopo aver chiarito che la civiltà non è misurabile in base alle altezze delle case - si è conti-nuato a produrre i mostriciattoli, emblema di speculazione e infantilismo.
Se il declino dei vecchi centri è un dato di fatto, constatabile purtroppo anche nei comuni in destra Po, se l'osservazione è estensibile a gran parte del patrimonio artistico e storico del Chivassese, più volte deturpato dai falsi simboli della civiltà urbana, un'esplorazione del territorio consente di non farci disperare del tutto circa la salvezza di quanto rimane e di credere, magari con cauto ottimismo, nella pos-sibile conservazione delle memorie sottratte alla rovina.
Nella parte in destra Po le variazioni paesaggistiche vanno correlate allo sviluppo della fascia pedecollinare, limitatamente alle aree che abbracciano ambo i lati della strada provinciale Torino-Casale Monferrato e al degradamento del paesaggio agri-colo collinare, cui già si è accennato nel paragrafo sulle attività economiche.
Ci basti qui far notare quel che accade nella zona di pianura ad iniziare dal 1952, due anni dopo la demolizione della tranvia elettrica, la sistemazione della strada pedecollinare e l'entrata in funzione dell'autolinea Torino-Brusasco (1951).
Tra la località Sassi in Torino, S. Mauro Torinese, Castiglione Torinese, Gassino Torinese e Piana di S. Raffaele l'avanzamento della città avviene per agglutinamento dei centri e dei nuclei esistenti lungo l'ex strada militare. Nelle loro adiacenze e nelle aree inedificate che dividono centri e nuclei tra loro si moltiplicano le costruzioni, soprattutto casette isolate con giardino, sparse o riunite in piccole lottizzazioni; a Gassino Torinese la strada di circonvallazione diventa assai presto un nastro aggre-gativo, che si allarga a nord fino a rasentare il canale di Cimena; molti i condo-mini, isolati e in linea, talvolta nel mezzo di lottizzazioni a ville e casette. Identica situazione si riscontra tra Piana di Cavagnolo, Casamosso e Brusasco. Nuclei di case e di piccole industrie troviamo all'incrocio della strada per Casale Monferrato con le diramazioni per Casalborgone, Lauriano Po e Monteu da Po.
Nelle zone interne della collina, specialmente in quelle alte e nelle adiacenze dei centri principali, si assiste a una intensa attività edilizia, prima sconosciuta: il fenomeno della seconda casa, iniziatosi nel 1960-61, si diffonde soprattutto dopo il 1965 inte-ressando gran parte del territorio collinare; esso è inesistente a Brozolo, Verrua-Savoia e Cavagnolo, meno favoriti per la scarsità di strade nelle parti elevate, e maggiormente diffuso tra Castiglione Torinese e Castagneto Po. Il miglioramento della rete viaria anche secondaria e la costruzione di acquedotti collinari facilitano tale fenomeno, che si estende ormai ai vecchi cascinali, riattati ad uso di residenza temporanea. Poche le nuove costruzioni nei vecchi centri di Bussolino, Bardassano, Sciolze, Cinzano, Rivalba, S. Sebastiano, Casalborgone, Moriondo, Piazzo e nei numerosissimi centri e nuclei di Brozolo e Verrua-Savoia: seppure fortunosamente e a prezzo di un mancato sviluppo, queste antiche emergenze visive ci giungono indenni da contaminazioni gravi e irrimediabili: al pari dei boschi, dei "bric", delle cappelle e chiese, degli ultimi castelli, delle ville, che i colli coronano con molle e riturgida grazia. La città, in queste parti, è esplosa alla rovescia: e le variazioni in negativo stanno restaurando lentamente l'antico paesaggio, nella vegetazione, nei colori, nei silenzi.

3.3.4 Conclusioni.

Da quanto s'è detto e aiutandoci con le Tavole e gli schemi citati, emergono alcuni aspetti del paesaggio del Chivassese desumibili in seguito alle più recenti e massicce trasformazioni fatte dall'uomo nel territorio.
Su tutto risalta la tendenza a formare un “unicum" urbano da Settimo Torinese a Chivasso fin oltre la ferrovia di Asti verso Castelrosso. Analoga tendenza si rileva in destra Po tra S. Mauro Torinese ai confini con Torino e Gassino Torinese, dove la conurbazione lineare si spinge ad est verso Piana di S. Raffaele; dopo una lunga pausa di campagna, appena interrotta, a tratti, dai nuclei distaccati per gemmazione da S. Sebastiano-Colombaro, Lauriano e Monteu, s'incontra un'altra minore conur-bazione, pure di tipo lineare, tra Piana di Cavagnolo, Casamosso e Brusasco, costituita dalla saldatura di centri e nuclei posti a cavallo o sul lato di monte delle strade per Casale Monferrato, Crescentino e la valle di Santa Fede.
Queste aggregazioni urbane, sebbene non completamente colme, costituiscono il fatto nuovo del macropaesaggio del Chivassese. Insieme al Po, che scorre tra larghe rive boscose, le emergenze coglibili dall'alto sono ora date principalmente dalle fasce aggregative che gli corrono parallele. Tendono a livellarsi, invece; le macchie delle aree urbanizzate ramificantisi dai concentrici secondo una pluralità di direzioni. Grandi complessi industriali, per adesso isolati (vedansi gli stabilimenti della Pirelli, Facis, Ceat a Settimo Torinese, Lancia a Chivasso), e la concentrazione di altre imprese in determinati punti del territorio (a Settimo Torinese a cavalcioni della strada Cebrosa; a Brandizzo a nord della statale i i verso Settimo; a Volpiano ad est dell'autostrada Torino-Aosta) forniscono al paesaggio una connotazione attuale, che il rigore geometrico delle architetture e la prevalenza di linee orizzontali sulle verticali tendono a rafforzare.
Dalle strade di maggior traffico (strade statali 11 e 26, strade provinciali dell'Abbadia di Stura e di Casale Monferrato) si fruisce visivamente di un paesaggio che si stenta a riconoscere confrontandolo con quello di vent'anni fa. I risultati figurali sono in genere altamente negativi: l'espressione "disordine formale" di cui ci si è serviti prima sintetizza una condizione che si ripete con monotonia lungo tutte le strade esterne ai centri abitati che in qualche misura sono state soggette a localizzazione di insediamenti. L'assenza di strumenti urbanistici negli anni cruciali della loro for-mazione ha resi vani i rari sforzi compiuti per costruire un paesaggio valido, pulito, espressivo quel tanto che bastava per far capire all'osservatore le relazioni essenziali tra le cose che vede e il significato che hanno. Le stesse architetture industriali, otti-mamente inquadrate nel paesaggio nel momento dell'impianto, sono spesso lordate dallo sconquasso urbanistico circostante o su di esse avanzante senza che nulla si faccia per arrestarlo.
Quello che vediamo è un paesaggio che costringe a non fermarsi, a non distogliere mai l'attenzione dalla strada. Esso è significativo circa i limiti dello "spontaneismo” nel mondo odierno, una lezione permanente sulla nostra incapacità d'introdurre nuovi "valori" nei valori del passato.
Lo stesso discorso possiamo estendere alle strutture insediative complesse: al caos funzionale corrisponde il caos visuale, diseducante questo quanto antieconomico quello. Visti dall'alto, ma molto dall'alto, gli aggregati urbani, piccoli o grandi che siano, possono persino sembrare interessanti: grosse macchie nel verde della cam-pagna che li avvolge. Se però scendiamo a terra e ci muoviamo verso di essi e dentro ad essi ci rendiamo conto della loro estrema povertà: un ambiente squallido, che conferma la miseria delle nostre idee sul problema dell'abitare e del vivere civile. Un campo dove tutto è da fare o da rifare, che è lo stesso. Per godere qualche visuale meno rattristante bisogna ricorrere ai vecchi centri, ossia ai ricordi: e scoprire nei pochi documenti rimasti l'esemplarità corale di cui lamentiamo l'assenza nel nostro operare. Per quanto tempo ancora si riuscirà a compiere queste scoperte, a leggere in quelle strutture le costanti delle passate nostre civiltà? E una domanda angosciosa, cui dovremmo impegnarci di dare una risposta affermativa: se pretendiamo di valere, noi, come uomini.

…le probleme est d'abord de connaitre ce qui est, le comment et le pourquoi de ce qui est, pour decèler les virtualités et imaginer les possibles et les probables.

ROBERT AUZELLE
Cours d' Urbanisme, Torno I, Vincent & Freal, Paris
 

 (Ritorna ad inizio pagina)